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Il gruppo nelle teorie di Lewin, Sherif e Tajfel
[24/04/2009]

Lewin (1936) interpreta il gruppo come una totalità dinamica, le cui proprietà strutturali differiscono da quelle delle sue sottoparti. Il gruppo, dunque, si caratterizza per la stretta interdipendenza delle sue parti ed i loro rapporti reciproci determinano le proprietà strutturali della totalità. Questa prospettiva comporta una definizione di gruppo sempre valida, indipendentemente dalla sua composizione, grandezza e finalizzazione.
Per quanto riguarda l'interrelazione tra le parti di un gruppo, Lewin fa riferimento all'interdipendenza del destino e del compito.

L'interdipendenza del destino costituisce un elemento macroscopico d'unificazione, nel senso che qualunque aggregato casuale d'individui può diventare gruppo, se le circostanze ambientali attivano la sensazione di condividere la stessa sorte. A tal proposito, si può citare un episodio noto alla letteratura scientifica e denominato "sindrome di Stoccolma": nel 1973, quattro impiegati di una banca furono presi in ostaggio da due banditi per cinque giorni.
Tra i sequestrati ed i sequestratori s'instaurò una sorta d'atmosfera di gruppo così forte da non spezzarsi con la liberazione: infatti, i primi testimoniarono a favore dei secondi al processo, li andarono a trovare in carcere e si celebrò addirittura un matrimonio tra un'impiegata ed un bandito. Tale accadimento ha una duplice interpretazione: per la psicologia clinica, esso deriva dall'attaccamento della vittima al carnefice, mentre, per l'approccio psicosociale, è un'esemplificazione estrema di come un insieme di persone possa costituirsi in un gruppo, sotto la spinta d'eventi stressanti e imprevedibili che generano la sensazione del comune destino.

L'interdipendenza del compito costituisce un elemento più forte e diretto d'unificazione, perché lo scopo determina tra i membri un rapporto di ripercussione circolare degli esiti. L'interdipendenza del compito può essere positiva o negativa: nel primo caso, si ha collaborazione ed il successo di tutto il gruppo; nel secondo, invece, si ha competizione e la riuscita di un membro a detrimento degli altri. Entrambi i tipi d'interdipendenza creano dinamiche che incidono sulla produttività del gruppo e sul suo clima interno.

Sherif considera il gruppo come una struttura di status, ruoli, valori e norme, che si forma dall'interazione, nel tempo, d'individui con motivazioni, interessi, problemi comuni. La ripetuta interazione in nome di un interesse comune non implica omogeneità di compiti e funzioni tra i membri, ma, al contrario, nel corso del tempo si ha la progressiva distinzione e specializzazione delle attività svolte e la conseguente diversificazione dei ruoli, dello status e del potere: infatti, i soggetti nel gruppo sperimentano differenti livelli d'efficacia delle proprie iniziative, ossia alcuni di loro vedono il successo sistematicamente più spesso di altri.
Secondo Sherif, l'iniziativa costituisce un indice operativo in qualsiasi organizzazione umana, pertanto promuovere la progettualità individuale e collettiva significa potenziare l'efficienza e l'efficacia dell'intero gruppo.

Gli elementi che strutturano, e definiscono, un gruppo sono, quindi, l'organizzazione di ruoli e status, la divisione funzionale, la stratificazione delle posizioni ricoperte e del potere correlato, un complesso di norme e valori regolanti i comportamenti individuali e collettivi almeno nei settori di più frequente impegno.
Ogni gruppo non ha vita isolata, ma opera in situazioni di scambio con altri aggregati, perciò non è possibile scindere l'analisi intragruppo dall'esame intergruppo. Per effetto di quest'inscindibile collegamento, ogni aggregazione sociale muta la sua struttura nel corso del tempo e le variazioni longitudinali avvengono a scopo di perfezionare l'adattamento all'esterno. La durata temporale delle relazioni interne discrimina tra un gruppo ed un'unione: nel primo, si ha un'interazione continua sul lungo periodo, mentre nel secondo si ha un'interrelazione breve e transitoria.
Da queste considerazioni, Sherif suggerisce di studiare gruppi formati già da un certo periodo e di svolgere questo lavoro spaziando tra le metodologie disponibili, lasciando però per ultima la sperimentazione artificiale in sede di laboratorio.

La definizione offerta da Sherif si attaglia a gruppi di varie dimensioni e prevede un approccio investigativo di tipo interdisciplinare fra psicologia, sociologia ed antropologia: in questa maniera, si studia il modo di funzionare dell'individuo nelle situazioni sociali a tutti i livelli, dall'ampio e sovra-ordinato ambiente istituzionale al più prossimo contesto sperimentale. È proprio questa prospettiva che consente di estrapolare dalle indagini di Sherif elementi applicabili a tutti i tipi d'aggregato sociale, nonostante l'autore stesso dichiari la sua preferenza per il piccolo gruppo informale.

Tajfel applica il concetto di gruppo alla teoria dell'identità sociale e rileva come il "sentirsi parte" sia il criterio basilare per la sua delimitazione semantica: infatti, la definizione che propone è essenzialmente di tipo sociologico-psicologico, poiché si basa sul processo d'auto-categorizzazione e non su eventi estrinseci, storici o politici od economici. Ciò che contraddistingue un gruppo è, dunque, il fatto che un individuo se ne senta parte.
L'appartenenza al gruppo è contemporaneamente cognitiva, valutativa ed emozionale: si è consapevoli d'essere membro, si connota questo fatto in senso positivo o negativo ed il giudizio elaborato è affiancato da sentimenti d'orgoglio, stima, piacere, rammarico, disprezzo, vergogna.
Queste caratteristiche dell'appartenenza sono applicabili alle interazioni a faccia a faccia così come alle relazioni tra grandi categorie sociali: non è fondamentale la ristrettezza del gruppo perché tra i membri sussista un'intensa affiliazione, giacché questa è sperimentabile anche in macrocontesti aggregativi.

Il modello sperimentale dei gruppi minimali, ossia ristretti ed informali, mostra che è sufficiente imporre dall'esterno un criterio di categorizzazione sociale, che distingua tra un ipotetico ingroup ed outgroup, perché si sviluppino comportamenti favorevoli al primo e discriminatori verso il secondo. La categorizzazione sociale è, pertanto, un processo cognitivo, valutativo ed emozionale, che divide il mondo esterno in classi: ad alcune si appartiene, mentre da altre si è esclusi.
L'ingroup rappresenta il primo tipo di classi e si caratterizza per omogeneità interna e coesione tra i membri.
È necessario, però, che l'appartenenza al gruppo sia percepita non solo dal diretto interessato, ma ha bisogno anche del riconoscimento da parte degli altri affiliati e del consenso dato dai soggetti non inclusi. L'accordo tra criteri interni ed esterni d'inerenza al gruppo è efficace nel determinare le uniformità sociali riguardo al comportamento verso l'ingroup e l'outgroup. Tajfel ammette anche che tale consenso può crearsi prima all'interno d'altri gruppi e poi si rifletta nella generazione degli stessi criteri dentro l'ingroup. Ciò dimostra ancor più la dipendenza dell'identità sociale di un gruppo dalle sue relazioni intergruppo.

Le principali influenze di queste teorie sulle ricerche successive riguardano, in primo luogo, la formulazione e l'applicazione del concetto d'entitatività. L'entitatività è il grado di realtà, consistenza e omogeneità, con cui un gruppo è percepito dagli individui non appartenenti.
Tale nozione determina la distinzione e la posizione degli aggregati sociali lungo un continuum dal più alto al più basso grado di realtà percepita. L'entatività è la base della percezione sociale che guida le relazioni interpersonali, giacché i comportamenti dipendono non solo dalle caratteristiche oggettive degli altri, ma anche dal modo con cui sono percepite, valutate e sentite emotivamente.
Gli studiosi concordano sul fatto che gli individui colmino i vuoti informativi attraverso processi d'inferenza, per ottenere un'impressione organizzata degli altri. Il punto di disaccordo è l'ampiezza dei meccanismi implicati: per Hamilton e Sherman (1996), le attese d'entitatività sui gruppi sono minori di quelle concernenti i singoli individui; Asch (1951) e Tajfel sono, invece, d'opinione diametralmente opposta.
Gaertner e Schopler (1998) ritengono che l'entitatività giochi un ruolo centrale negli stereotipi tra gruppi: essa, infatti, è indice della coesione e d'interconnessione tra i membri, quindi il favoritismo ingroup non consegue dai processi di confronto sociale intergruppi, ma dall'intensità di legame interno. In quest'ottica, la formazione psicologica di un gruppo è indipendente dalle sue relazioni esterne, perché essa si origina tra i membri, per effetto del moltiplicarsi dei loro legami reciproci.

Roberta Genovesi
Articolo tratto dalla tesi Il counseling di gruppo
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