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Teatro sociale e teatro dell'Oppresso
[14/01/2009]

Nell'arte contemporanea si avverte più che mai la necessità di coniugare la creazione artistica ad un forte impegno etico. Non c'è più spazio per un'arte fine a se stessa, che crea un mondo nuovo per sfuggire alle brutture di quello reale. L'immaginazione dell'artista, al contrario, crea realtà nuove, ma potenzialmente realizzabili, alternative possibili per un mondo migliore.

La compenetrazione tra palco e realtà, in un rapporto dialogico tra attori e spettatori, è così spiegata da Augusto Boal:

By invading the stage, the spectator consciously praticses a responsible act: the stage is a representation of the real, a fiction; she, however, the spectator, is not fictitious; she exists on stage and beyond the stage - metaxis - the spectator is a dual reality. Invading the stage, in the fiction of the theatre, she practices and acts; not only in the fiction, but also in the social reality he belongs, simultaneously, to the two worlds, that of reality and that if the representation of this reality which is hers. Transforming the fiction, she transforms herself into herself. To liberate oneself is to be.1

Nasce, così, il teatro sociale. Il termine suggerisce un tipo di teatro aperto alle esigenze della società sia a livello di tematiche che di fruizione. Si potrebbe dire, in effetti, che il teatro sociale è di tutti, per tutti e su tutto. Di tutti, perché parte dal presupposto che chiunque è capace di fare teatro, anche - e specialmente - quelle categorie che in genere ne sono escluse: operai, contadini, disabili, malati psichici, ecc. Per tutti, perché non si rivolge ad un pubblico specializzato, ma a tutta la società, cercando, anzi, la massima diffusione. Su tutto, perché è aperto a qualsiasi tematica d'interesse collettivo. In altri termini, è un teatro in cui l'arte diventa veramente strumento a servizio dell'uomo e non creazione che si compiace della propria bellezza.

Questa democratizzazione del teatro potrebbe portare a pensare che in esso ormai non vi sia più spazio per la letteratura, secondo una visione che vede quest'ultima come limitazione alla libertà espressiva di cui si parlava prima. Naturalmente, la questione centrale è: cosa intendiamo per letteratura? Se quest'ultima, infatti, viene vista come un insieme di norme castranti ed impositive, certamente essa è assente nel teatro sociale e, forse, in buona parte del teatro contemporaneo in generale.
In questo senso, il teatro sociale non è certamente un teatro letterario nel significato tradizionale del termine. Se invece anche la letteratura viene liberata e considerata spontanea creazione verbale dell'uomo, allora essa svolge senz'altro un ruolo rilevante nel teatro sociale, poiché la parola è pur sempre la più compiuta forma d'espressione dell'essere umano. Essa, inoltre, non si contrappone affatto all'improvvisazione, anzi: "Improvisation already produces Literature: all that is lacking is their solidification into poems and narratives"2. Come accennavo all'inizio, insomma, il rapporto tra teatro e letteratura si presenta oggi sotto coordinate del tutto nuove e forse difficili da riconoscere, ma è pur sempre vivo e produttivo.

Il Teatro dell'Oppresso è una delle forme di teatro sociale più affascinanti e innovative. Il suo fondatore, Augusto Boal, continua a lavorare con passione e impegno da oltre quarant'anni, diffondendo la teoria e le tecniche di questa metodologia in tutto il mondo.

Note
1 Augusto Boal, The Aesthetics of the Oppressed, p. 74.
2 ib., p. 38.


Sonia Miceli
Articolo tratto dalla tesi L'(est)etica della liberazione nel Teatro dell'Oppresso
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