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Teoria della seconda transizione demografica
[03/01/2009]

Negli anni '60 del secolo passato si può dire che ormai tutti i Paesi a sviluppo avanzato erano giunti a conclusione di quel processo di trasformazione numerica e strutturale della popolazione che è stata la cosiddetta "Prima Transizione Demografica", la quale, attraverso la successiva diminuzione dei tassi di mortalità prima e fecondità poi, avrebbe riportato a tassi di accrescimento della popolazione molto bassi, prossimi allo zero. Secondo questa teoria, infatti, il punto di arrivo della transizione sarebbe stato il ritorno ad una situazione di stabilità con un tasso di fecondità totale prossimo a 2,1 figli per donna, ossia al livello di rimpiazzo delle generazioni.

Tuttavia, dopo alcuni anni di sorprendente baby boom, iniziò un lento ed inesorabile declino della fecondità, che non solo è scesa sotto la soglia di rimpiazzo, ma in alcuni Paesi, tra cui appunto l'Italia, ha raggiunto livelli estremamente critici.
Ciò ha condotto alcuni studiosi, in particolare Ron Lestaeghe e Dirk Van de Kaa, nel corso degli anni '80, a parlare di una "Seconda Transizione Demografica"1. Essa si presenta come una nuova rivoluzione demografica, generata come la prima da un disequilibrio tra i tassi di natalità e quelli di mortalità. Stavolta a dare l'avvio alla transizione non è però un cambiamento nella mortalità, bensì nella fecondità, che nei Paesi sviluppati è caduta al di sotto della soglia di rimpiazzo di 2,1 figli per donna, conducendo ad un tasso di crescita naturale negativo. Ciò al contrario di quanto previsto dalla Prima Transizione Demografica, secondo la quale alla sua conclusione i tassi di fecondità e mortalità si sarebbero assestati su livelli bassi, ma in grado di garantire un tasso di crescita naturale moderatamente positivo.

La teoria della Seconda Transizione Demografica associa il declino della fecondità a cambiamenti della famiglia che hanno avuto luogo a partire dal secondo dopoguerra. Tali cambiamenti vedono una più prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, spesso oltre i 30 anni, con conseguente netto ritardo dell'età al matrimonio o addirittura la rinuncia al matrimonio per unioni consensuali di tipo alternativo. Aumenta il numero di persone che vivono da sole o coabitano con amici o partners, senza vincoli di natura matrimoniale. Per quanto riguarda in particolare la fecondità, pur in un quadro di generale riduzione nel numero dei figli, diminuisce il numero di quelli legittimi a favore dei figli naturali, nati al di fuori del matrimonio.
Lestaeghe2 evidenzia come si sia passati da un iter standardizzato di formazione della famiglia ad uno non standardizzato, in cui le varie tappe (terminare gli studi, entrare nel mondo del lavoro, lasciare la casa dei genitori a seguito del matrimonio, avere dei figli) non seguono più una sequenza ben precisa e non hanno più una durata pressoché analoga per tutti gli individui e in cui, al contrario, nuove situazioni vanno a sovvertire quello che era l'ordine tradizionale (vivere da soli, coabitazione con coetanei o prima del matrimonio, figli prima o al di fuori del matrimonio).

Secondo la teoria della Seconda Transizione Demografica, dunque, sarebbero principalmente i cambiamenti culturali e valoriali a spiegare la nuova transizione e il declino preoccupante della fecondità che la caratterizza.
La situazione italiana, alla luce di questa teoria, si presenta come particolarmente degna di nota in quanto i processi di trasformazione delineati vi si presentano come estremizzati, o perché particolarmente accentuati rispetto ad altri paesi del mondo occidentale o perché sembrano non aver ancora attecchito sul nostro territorio. Così, da un lato, appaiono più radicalizzati sia la posticipazione degli eventi che segnano il passaggio allo stato adulto sia i bassi livelli di fecondità, mentre, dall'altro lato, sembra prevalere un atteggiamento più conservatore per quanto riguarda l'importanza del matrimonio e della famiglia tradizionale, con scarsa diffusione dei divorzi, delle convivenze e delle nascite extra-nuziali3.
Sembrano essere al contrario quelli scandinavi i Paesi leader nella de-standardizzazione della sequenza degli eventi che segnano il passaggio alla vita adulta, nei quali l'uscita dalla famiglia di origine avviene più precocemente e le trasformazioni culturali e valoriali associate alla Seconda Transizione Demografica appaiono nella fase più avanzata.

Note
1 Lestaeghe Ron J., Van de Kaa Dirk J., Twee demografische transitie?, in Van de Kaa D. J.,
Lestaeghe R. J. (Ed.), Bevolking: groei en krimp, pp. 9-24, Van Loghum Slaterus, Deventer, 1986, (cit. in
Caselli 2002)
2 Lestaeghe Ron J., Recent trends in fertility and household formation in the industrialized
World
, in Review of Population and Social Policy, n° 9, pp. 121-170, 2000 (cit. in Zagaglia Barbara, I comportamenti riproduttivi nelle società post-transizionali: un puzzle di teorie. Un tentativo di sistemazione teorica, Quaderno di ricerca n°255, Università politecnica delle Marche, Dipartimento di Economia, Marzo 2006.
3 Istat, Diventare padri in Italia. Fecondità e figli secondo un approccio di genere. Argomenti
n° 31, 11/2006.

Patrizia Cerri

Articolo tratto dalla tesi La fecondità in Italia: riflessioni teoriche ed evidenze empiriche in un confronto tra le province
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