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Zygmunt Bauman: dall'etica del lavoro all'estetica del consumo
[04/11/2008]

Bauman ritiene che il principio del "ritardo della gratificazione (del soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio, del momento di un'esperienza piacevole, del godimento)" abbia rappresentato il precetto attitudinale/comportamentale da cui prese avvio la società moderna e che rese il modo moderno di essere-nel-mondo contemporaneamente possibile e inevadibile. La procrastinazione, quale forma di ritardo della gratificazione, è stata infatti alla base di innovazioni moderne quali l'accumulazione del capitale e il diffondersi di un'etica del lavoro. Il desiderio di migliorare e il rimandare la gratificazione produssero l'effetto inatteso dello sviluppo, della crescita, in definitiva della stessa società moderna.
Bauman sottolinea come la procrastinazione anteponesse il seminare al raccogliere, l'investimento alla distribuzione dei guadagni, il risparmiare allo spendere, l'autonegazione all'autoindulgenza e il lavoro al consumo. Ma la procrastinazione era un principio ambivalente, poiché non negava (e tantomeno sottovalutava) il valore e i meriti di ciò che subordinava, piuttosto lo nobilitava. "Paradossalmente, la negazione dell'immediatezza, l'evidente svilimento degli obiettivi si tradusse nella loro elevazione e nobilitazione". Ovvero, l'attesa finì per ingigantire i seducenti e allettanti poteri del premio e dall'ambivalenza, insita nella procrastinazione, si originarono due tendenze opposte:

Una portò all'etica del lavoro, che stimolò l'inversione di ruolo tra mezzi e fini e proclamò la virtù del lavoro fine a se stesso, […]; l'etica del lavoro fece sì che il ritardo venisse esteso all'infinito. L'altra condusse all'estetica del consumo – riducendo il lavoro a un ruolo meramente subordinato, strumentale, un'attività che trae tutto il proprio valore non da ciò che è, ma da ciò per cui prepara il terreno - e a una visione dell'astensione e della rinuncia in quanto sacrifici forse necessari, ma onerosi e fortemente avversati, se possibile da ridurre al minimo indispensabile.

In questo senso, la procrastinazione poté servire sia la società del produttori sia la società del consumo, "pur oberando ciascuna fase di tensioni e irrisolti conflitti attitudinali e assiologici". Tuttavia, la nostra società dei consumi ha forzato il principio della procrastinazione fino al punto di rottura. Oggi il principio del "ritardo della gratificazione" è stato spogliato di ogni valenza morale, non ha più lo scudo "dell'imposizione etica", esso appare piuttosto come un peso, il sintomo di un'inadeguatezza personale o di ordinamenti sociali imperfetti.

Si è visto che la società dei consumi stimola e valorizza la gratificazione immediata, continua, "sul posto"; in ciò va contro ogni principio di procrastinazione, è contraria ad ogni dilazione. Piuttosto, la cultura del consumatore è servita dalla procrastinazione attraverso la sua autonegazione: ridurre il ritardo o abolirlo del tutto. Ma, avverte Bauman, "la cultura che muove guerra alla procrastinazione è una novità assoluta nella storia moderna. In essa non c'è spazio per la presa di distanza, la riflessione, la continuità, la tradizione […]". Il mutamento, quindi, è radicale.

Una società guidata dall'estetica del consumo è una società dell'"adesso", una società che non è in grado di aspettare. "Ora" diviene la parola chiave nelle strategie di vita, indipendentemente dall'ambito a cui si deve far fronte. Bauman sostiene che non c'è bisogno di alcuna "regolamentazione normativa" da applicare per essere certi che le necessità umane corrispondano agli interessi degli operatori di mercato, e che quindi i consumatori svolgano il loro "dovere".
Lo spirito dei consumatori, al pari delle industrie che prosperano su di esso, si ribella naturalmente ad ogni regolamentazione, è insofferente a ogni restrizione normativa che limiti la libertà di scelta. La conferma di questo atteggiamento la si può riscontrare nell'ampio favore con cui è stata accolta la maggior parte delle misure di liberalizzazione, così come nel consenso, finora senza precedenti, ottenuto in America e altrove, per la riduzione dei servizi sociali - "ovvero per l'assistenza pubblica" - purché seguiti da un alleggerimento del peso fiscale, cioè sotto la promessa di avere più denaro da spendere. I consumatori vanno sedotti, non regolamentati.

Se il fattore di integrazione della società dei produttori era l'etica del lavoro, che attribuiva valore supremo a un compito ben fatto, oggi ciò che salva la società da crisi ricorrenti e ciò che la tiene in corsa è l'estetica, che premia e incoraggia un'esperienza sublime. Ancora una volta, è la prospettiva temporale che segna la differenza tra i due modelli di società. Infatti, mentre l'esecuzione di un lavoro ben fatto ha una sua logica interna che si protrae nel tempo, dandogli così struttura e direzione, e definendo il senso di nozioni quali accumulazione graduale e ritardo della realizzazione, nel caso della ricerca di esperienza, invece, non vi è alcun motivo di rinvio.
Ogni occasione è ugualmente valida, ogni momento rappresenta il momento giusto, e quindi, un ritardo o un rinvio rappresenta né più né meno che un'occasione mancata. Già si è detto che l'unica scelta non tollerabile per una società dei consumi è quella di non scegliere, ma anche il momento per compiere la scelta non è alla portata del consumatore; non spetta a lui stabilire quando possa presentarsi l'occasione per vivere un'esperienza emozionante, perciò egli deve essere sempre pronto, sempre all'erta per accogliere la possibilità di scelta nel momento in cui gli si presenta e per viverla nel migliore dei modi.

Bauman sostiene che la natura della società guidata dall'etica del lavoro - la società dei produttori - sia essenzialmente platonica, per la sua ricerca di modelli e regole a cui ricondurre ogni cosa; mentre la natura di quella guidata dall'estetica del consumo - la società dei consumatori - sia fondamentalmente aristotelica, cioè "pragmatica, flessibile, fondata sul principio che non ci si deve preoccupare troppo presto". In tal senso, l'unica iniziativa lasciata ad un consumatore consapevole è quella di trovarsi nel luogo e nel momento giusti, ovvero dove e quando le occasioni sono più frequenti, aspetto che richiede la fiducia, derivata dall'esperienza, nei confronti di tutte le numerose istituzioni "dell'educazione continua del consumatore".

Non meraviglia afferma Bauman, che una società dei consumi sia anche un paradiso di consigli e di pubblicità, come anche un terreno fertile per profeti, indovini, venditori ambulanti di pozioni magiche e distillatori di pietre filosofali.

Si è già accennato al fatto che il consumatore è oggi più un collezionista di sensazioni che di cose, ora Bauman approfondisce questo aspetto legandolo al prevalere dell'estetica del consumo sull'etica del lavoro:

[…] per gli adepti di questa nuova tendenza il mondo è un immenso campo di possibilità, di sensazioni sempre più intense (nel senso del concetto di Erlebnis, distinto da quello di Erfahrung: due termini tedeschi che significano "esperienza", il primo nell'accezione di "esperienza vissuta", il secondo "in quello di evento che ci accade"). Il mondo, sotto tutti i suoi profili, viene giudicato in base alla sua capacità di provocare sensazioni ed Erlebnisse, ovvero di suscitare il desiderio, l'aspetto più piacevole della vita del consumatore, più soddisfacente della soddisfazione stessa. Oggetti, eventi e persone vengono classificati in base al grado in cui posseggono questa capacità, e la nostra percezione della realtà è molto più spesso di tipo estetico che non cognitivo o morale.

Questo diverso criterio valutativo, che permea ogni aspetto della vita del consumatore, influenza anche "lo status occupato dal lavoro". Se si è già esaminato in che senso il posto occupato dall'attività lavorativa nella società abbia perduto quella centralità riconosciutagli in passato (con tutte le differenze che ne conseguono), a ciò va aggiunto che essa è oggi, come altre attività della vita, sempre più oggetto di una valutazione estetica. Il significato di questo giudizio a cui viene sottoposto il lavoro è profondo.
Bauman, infatti, mette in luce soprattutto gli aspetti discriminanti tra il condurre attività che superano l'esame estetico e attività che invece non reggono il confronto. Ciò che stabilisce il valore del lavoro non è più la sua innata (perché dotata di una valenza etica) capacità di nobilitare l'uomo e di condurlo verso la strada del miglioramento e del completamento di sé, bensì la sua capacità di "generare un'esperienza piacevole". Da questo diverso punto di vista, lavori che non offrono una "gratificazione immediata" diventano semplicemente lavori "privi di valore".

L'etica del lavoro trasmetteva un messaggio di eguaglianza, riduceva le ovvie differenze fra le varie attività in termini di gratificazione e di prestigio, come pure dal punto di vista dei benefici materiali che ne derivavano.
Ben diversa è la luce sotto la quale il lavoro appare dal punto di vista estetico, che accentua le distinzioni, […] ed eleva alcune professioni al rango di raffinate forme di esperienza artistica […], negando invece qualsiasi valore ad altre che servono soltanto a garantirsi la sopravvivenza. […]. Le attività del primo tipo sono "interessanti", quelle del secondo sono "noiose" […]
.

Interessante e noioso sono i due criteri estetici che danno oggi sostanza al lavoro. Si vede come, al pari di qualsiasi altra cosa che possa diventare oggetto del desiderio di un consumatore, le attività devono essere del primo tipo. Bauman osserva come il valore estetico del lavoro sia diventato un "potente fattore di stratificazione sociale", come già la libertà di scelta e la mobilità. Per tale ragione, occorre ricorrere al trucco di innalzare il lavoro stesso al rango di divertimento supremo e gratificante, confondendo la linea di demarcazione tra "professione" e "occupazione secondaria", tra occupazione e "hobby", tra lavoro e "ricreazione". Dall'altra parte della scala sociale, la società odierna non ha cancellato le occupazioni noiose, monotone e faticose, le ha solo spogliate della loro maschera etica, rendendole così ancora più opprimenti. Solo persone non integrate nella società dei consumatori possono abbracciare spontaneamente attività di questo tipo, ed essere soddisfatte di vendere il proprio lavoro in cambio della pura sopravvivenza (Bauman fa l'esempio della situazione in cui oggi versano molti immigrati di prima generazione, o i lavoratori di paesi poveri, dove il capitale straniero si sposta in cerca di manodopera a basso costo). Altrimenti, per individui integrati nella società dei consumi, vengono ricreate condizioni di non scelta, di costrizione e di lotta per la pura sopravvivenza, ma senza la copertura salvifica di una nobilitazione morale (la sofferenza appare in tutta la sua brutalità).

Con un mercato del lavoro flessibile oggi è sempre più raro essere impegnati in professioni a cui dedicarsi anima e corpo, o quanto meno, per la maggioranza delle persone questa non è un'opzione fattibile, soprattutto dopo aver sperimentato che un simile atteggiamento comporta dei rischi notevoli a livello emotivo e psicologico, vista la frequenza di contratti a breve termine e "fino a nuovo avviso". Nelle odierne condizioni, il lavoro come professione è diventato un privilegio di pochi, di una ristretta élite che ha ancora la possibilità di vivere il lavoro come "significato di vita, come fonte di orgoglio, onore e deferenza o notorietà".
Sugli effetti e le forme sotto cui si manifesta oggi la stratificazione sociale torneremo nel prossimo capitolo. Per il momento è utile aggiungere che l'unico servizio ancora prestato dall'etica del lavoro alle nostre società è, secondo Bauman:

[…] un efficace pretesto per scaricare il senso di colpa di una società che abbandona all'inattività permanente larga parte dei suoi membri. E si lava le mani e la coscienza grazie al duplice artificio della condanna morale dei poveri e dell'assoluzione di tutti gli altri.

Testi di riferimento
Z. Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari, 2003.
Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari, 2001.
Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002.
Z. Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città aperta, Troina, 2004.
Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando editore, Roma, 2005.

Articolo tratto dalla tesi di Soili Milan, Zygmunt Bauman: modificazioni dello spazio-tempo e nuove polarizzazioni. Una lettura dei processi di globalizzazione, nella quale affronta i cambiamenti portati dai processi storici della globalizzazione nelle modalità di vita dell'uomo moderno.
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