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Suicidio e mass media
[27/10/2008]

Una delle questioni da sempre più dibattute riguarda l'influenza che la carta stampata e più in generale i mezzi di comunicazione di massa esercitano sulle condotte suicidarie.
A tale proposito sono stati effettuati numerosissimi studi ma non si è ancora arrivati a trarre delle conclusioni sicure a favore dell'esistenza o meno di un rapporto causale tra la diffusione particolareggiata di notizie relative a suicidi e l'aumento spesso riscontrato dei tassi suicidari nei periodi immediatamente successivi.

A conferma di quanto la questione abbia sempre suscitato un enorme interesse ricordiamo che già E.Durkheim se ne era occupato sostenendo che i cosiddetti "suicidi imitatori" non costituivano comunque una percentuale tale da poter esercitare una particolare influenza sulla frequenza generale degli stessi in una nazione.
Quando si parla di imitazione delle condotte autolesive non si può però fare a meno di ricordare l'impressionante ondata di suicidi che si verificò in molte nazioni europee in seguito alla pubblicazione nel 1774 dell'opera di Goethe "I dolori del giovane Werther" la quale, proprio per questo motivo, venne bandita per un lungo periodo di tempo. Tale avvenimento fu talmente impressionante e significativo che da quel momento si diffuse la dizione di "effetto Werther" proprio per indicare ogni sorta di condotta suicidaria imitativa, anche non necessariamente legata a motivi di amore.

Al di là di questo episodio è comunque indubbia l'influenza negativa che in certi casi i mass-media esercitano sulle condotte umane in generale e particolarmente significativa a questo proposito è una dichiarazione fatta nel 1844 da Brigham, fondatore di una importante rivista scientifica americana, l'American Journal of Insanity, il quale arrivò a sostenere addirittura che "un semplice paragrafo di giornale può suggerire il suicidio a 20 persone".
Certamente se è facile ipotizzare la possibilità di un effetto imitativo indotto dalla esposizione ai mass media, ciò deve essere correttamente valutato ed interpretato nei termini di una interazione tra fattori quali le caratteristiche della persona, quelle del mezzo e del messaggio e le condizioni ambientali in cui l'informazione è stata proposta.
Le numerose indagini che sono state intraprese presentano però molto spesso dei risultati contradditori proprio perchè mancano di una analisi differenziale dell'impatto informativo sulle diverse condotte suicidarie e non risultano quindi particolarmente significative.

Motto, l'autore che per primo si occupò di tale questione in modo sistematico, escluse una influenza delle cronache giornalistiche sulle condotte suicidarie in quanto in una ricerca da lui condotta nel 1967 in alcune città americane non riscontrò delle differenze significative tra i tassi di suicido rilevati durante un periodo di sciopero dei tipografi e quelli relativi ai cinque anni immediatamente ad esso precedenti.
In realtà l'autore non prese in considerazione l'esistenza di altre forme alternative di informazione che potrebbero invece spiegare il mancato decremento dei suicidi che egli stesso invece si aspettava nel periodo di sciopero.

Altre ricerche da tenere in considerazione sono quella di Phillips, il quale sostiene che l'entità dell'effetto imitativo varia a seconda della pubblicità data a ciascun avvenimento e che la zona geografica in cui tale effetto si manifesta più intensamente dovrebbe essere quella in cui la cronaca è stata maggiormente pubblicizzata, e quella di Wasserman per il quale i suicidi aumentano significativamente dopo la pubblicazione di articoli che riguardano persone celebri, mentre negli altri casi non dovrebbe esservi un incremento apprezzabile.

Nonostante non sia quindi possibile fornire una vera e propria dimostrazione del rapporto causale eventualmente esistente tra suicidi e mezzi di comunicazione, sono comunque numerosi i fattori che ci fanno propendere a considerare come probabile tale relazione. A conferma di ciò è opportuno ricordare come in seguito ad una disposizione del governo fascista del secondo semestre del 1926, in base alla quale venne vietata la comunicazione per mezzo della stampa o della radio di ogni notizia relativa ai suicidi, si verificò progressivamente un decremento dei tassi suicidari che raggiunse il minimo assoluto nel 1944.
In particolare fu sostenuto che questa legge sulla stampa esercitò una influenza frenante in proporzione al grado di istruzione, di livello economico e di accessibilità ai mezzi di informazione, riguardando innanzitutto i maschi e le femmine milanesi, in secondo luogo i maschi italiani in genere e in misura praticamente nulla le femmine italiane. E' necessario però tenere in considerazione anche la ancora più accentuata azione inibente determinata dalle guerre (Etiopia e Mondiale) durante le quali, secondo i suicidologi, l'incanalamento della aggressività comporta una notevole diminuzione dei suicidi.

In generale quindi sarebbe opportuno, senza arrivare agli estremi come nella legge cui abbiamo fatto cenno, evitare che la cronaca giornalistica sancisca, anche solo implicitamente attraverso la frequente pubblicazione di notizie di suicidi, una sorta di normalità della condotta suicidaria agevolando in tal modo il lettore maggiormente sensibile e influenzabile a considerare il suicidio come una "maniera plausibile,proprio perchè così frequente, di risolvere il dramma della propria esistenza".
Allo stesso tempo dobbiamo però considerare la stampa e soprattutto la televisione delle alleate assolutamente preziose ed insostituibili nella prevenzione del suicidio nel momento in cui illustrino a tempo debito ed in modo opportuno ogni attività ed ogni iniziativa a tale scopo intrapresa.

Testi di riferimento

L. ARCURI, Mass media e comportamenti di tipo imitativo, in "Suicidio: verso nuove strategie preventive".

Articolo tratto dalla tesi di Marco Fornara, Suicidio: analisi casistica ed aspetti sociali
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