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La figura dello straniero nella riflessione di Schutz e Simmel
[24/10/2008]

L'analisi simmelliana dello straniero come Excursus all'interno della Soziologie del 1908 ci offre una interessante lettura sull'entità dello straniero all'interno della società, non un viandante o un nomade o come diremmo oggi un turista, ma "colui che oggi viene e domani rimane", colui che farà parte della nostra quotidianità.
La relazione tra lo straniero e i membri del gruppo è caratterizzata da "vicinanza" e "lontananza", e la sua posizione di membro implica "un di fuori e un di fronte".
Lo straniero ci è vicino per alcuni tratti generali, condividendo con noi lo stesso spazio e ci è invece lontano per gli elementi specifici della nostra identità, in quanto a relazioni intime, di confidenza e di amicizia. Lo straniero è collocato di fronte alla comunità ma fuori di essa e questa posizione crea la condizione di estraneità.
La loro relazione si fonda comunque sul riconoscimento di ciò che è comune e differente. E' comune il fatto di appartenere a legami generali, quali la nazione-territorio, la società o la professione ma la differenza risiede in un passato reciprocamente sconosciuto che si pone da barriera per i legami particolari, tipici invece delle relazioni "familiari" e "comunitarie".

A mio parere l'analisi di Simmel può essere utilmente integrata a quella di Schutz che pur partendo da un diverso punto di vista approfondisce queste riflessioni.
Se l'analisi di Simmel ci permette di avere un'idea generale sulla struttura delle relazioni dello straniero con un gruppo sociale, quelle di Schutz ci consentono di volgere lo sguardo alle dinamiche che tra questi intercorrono nella vita quotidiana.

Il punto di partenza di Schutz è costituito da un approfondimento e da uno sviluppo della concezione delle ideologie di Scheler. Il nostro pensiero, secondo Scheler, si colloca soprattutto nella nostra vita quotidiana dando per scontato il nostro mondo. Tutto ciò che accade è inserito da noi nel nostro mondo "familiare" e a tutto diamo o tentiamo di dare una spiegazione partendo da questo.
Questa concezione del mondo include i presupposti cognitivi e morali dati per scontati dai membri di un gruppo sociale e da una comunità.

Il sistema di conoscenza così acquisito – incoerente, contraddittorio, solo parzialmente chiaro come esso è - assume per i membri del gruppo di appartenenza, l'apparenza di una coerenza, di una omogeneità e di una chiarezza sufficienti per dare a ogni singolo ragionevoli possibilità di essere compreso. Ogni membro nato e cresciuto nel gruppo accetta uno schema standardizzato già preordinato del modello culturale giuntogli per eredità dagli antenati, dagli insegnanti e dalle persone autorevoli come guida indiscussa e indiscutibile di tutte le situazioni che si presentano normalmente nel mondo sociale.

Il "radicamento" nella propria tradizione comunitaria comporta l'assunzione dei modelli culturali in essa dominanti. Poiché ha appreso a guardare al mondo dall'interno di tali modelli cognitivi, l'individuo riesce ad orientarsi in esso senza problemi, dando per scontato il senso di quello che fa e ciò che sa.
La differenza percepita dal gruppo e dallo straniero si riferisce appunto alla mancanza di un passato comune, di un sistema di riferimenti cognitivi e morali che perde la sua validità nella nuova situazione, quella dell'incontro con la diversità.
Dal punto di vista del gruppo, lo straniero è "senza storia", egli infatti è "un nuovo arrivato". Ad unire lo straniero al gruppo non è di certo il passato, una storia comune ma il presente: al di là delle volontà individuali, questa diversità genera l'estraneità reciproca. Questa può inoltre presentarsi come tensione fra orientamenti culturali, ma anche come tensione pratica e, quindi, come conflitto.
Non è difficile pensare a situazioni in cui si generano incomprensione ed ostilità verso atteggiamenti di persone straniere che ci appaiono inappropriati, sconvenienti e incivili, a volte.

Se la vita fosse un palcoscenico, come Goffman ci suggerisce, lo straniero entrando a far parte della compagnia di attori dovrebbe conoscere il copione, lo stile della recitazione, il gusto del pubblico e quei balletti cerimoniali che caratterizzano la vita quotidiana.
Il "pensare come al solito" e il "sapere dato per scontato" dello straniero è quindi sospeso nella società ospite; non serve più come schema di interpretazione del mondo, diventa piuttosto un impedimento nell'interpretare e nell'orientarsi nel nuovo ambiente. Sul piano dell'interazione Schutz sottolinea, questo aspetto ha per lo straniero conseguenze disastrose: "la mancanza del senso della distanza, il suo oscillare tra il distacco e l'intimità, la sua esitazione e la sua incertezza, così come la sua diffidenza in ogni questione che sembra così semplice e priva di complicazioni per coloro che si affidano all'efficacia delle ricette indiscusse che devono essere seguite".

Secondo Schutz, l'incertezza dello straniero, la sua continua opera di analisi dei modelli culturali, dei valori e delle norme di vita, viene spesso interpretata dai membri del suo nuovo gruppo come mancanza di volontà di aderirvi, con la sensazione che egli non condivida questo mondo, la sua definizione e la sua interpretazione. Ma, come afferma Schutz, "tutti costoro non capiscono che lo straniero, [...] considera questo modello [...] come un labirinto in cui egli ha perso ogni senso di orientamento".
Questo tipo di difficoltà da parte dello straniero come del gruppo, suscita reazioni differenti: nello straniero può spingerlo a tentare e a desiderare comunque di essere integrato o, nel caso contrario, a isolarsi, ad assumere la posizione di emarginato e a cercare dei legami con il gruppo connazionale; nel caso dei membri della comunità, secondo Simmel, vi è la tendenza a passare da una percezione dello
straniero come elemento del gruppo, ad una rappresentazione dello straniero come estraneo e nemico.

Simmel non individua nel conflitto qualcosa di meramente distruttivo ma piuttosto una strategia
positiva per la conservazione del gruppo. A questo livello d'analisi lo straniero possiede infatti lo stesso statuto simbolico del nemico. Il nemico e lo straniero collocati all'esterno del gruppo, segnano simbolicamente i confini del gruppo e l'alterità rispetto ad esso. Sul piano pratico, nel conflitto, lo straniero costituisce la minaccia dalla quale l'intero gruppo si deve difendere, quindi egli premendo ai
confini del gruppo rafforza l'unità interna e l'identità del gruppo.
A sostenere questa tesi è anche l'interpretazione di tipo fenomenologico sul razzismo che vede la contrapposizione fra "noi" e "gli altri" come funzionale a rinforzare l'identità collettiva e i confini nazionali e soprattutto a fare degli immigrati il capro espiatorio sul quale riversare le ansie e il
disagio esistenziale che sono le cifre della società dell'incertezza.

Nell'opinione di Cotesta "gli atteggiamenti e le strategie verso gli immigrati e, più in generale, verso lo straniero, hanno una relazione forte con la nostra struttura sociale e culturale. Detto nei termini più generali, la nostra tesi, è che l'atteggiamento verso lo straniero dipenda dal modo di
sentire e di essere della comunità, dei gruppi sociali e degli individui. […] Il senso di sicurezza o la paura verso l'altro sono l'espressione della fiducia che una comunità ha in se stessa. Se si crede nella propria capacità di integrare altri individui al proprio interno, si ha un atteggiamento di apertura verso lo straniero, non si teme la sua cultura. In fondo, i membri di una tale comunità sono convinti che
dall'incontro con l'altro non si venga travolti; al contrario, essi pensano che si possa costruire una prospettiva culturale più interessante, migliore dal contributo di altre culture. Vi sono però anche casi nei quali la struttura comunitaria ben integrata diventa la base e il mezzo specifico per tenere ai
margini della società i nuovi arrivati. Se invece le comunità e i gruppi sociali sono privi di fiducia in se stessi e nella propria capacità di integrare gente nuova al proprio interno, allora essi assumono atteggiamenti generalmente ostili allo straniero, considerandolo un potenziale pericolo per la sopravvivenza della propria identità collettiva. Di qui la propensione per misure ostili nei confronti degli immigrati e, più in generale, verso lo straniero"


Nel corso del cammino dell'umanità, si modificano le rappresentazioni dell'altro ma ciò che non cambia probabilmente è l'ambivalenza di cui si caratterizza il rapporto con l'altro, nei confronti del quale si dirigono sentimenti di repulsione e, nel contempo, di attrazione.
Anche Simmel connota la figura dello straniero entro una dialettica di vicinanza e lontananza, uguaglianza e differenza, dentro e fuori la comunità. In ogni epoca, l'altro rappresenta il futuro vago e non programmato, il luogo dell'incertezza perpetua e, come tale, qualcosa di attraente e, al tempo stesso, di spaventoso.
C'è quindi ragione di ritenere che le rappresentazioni dell'altro e le ideologie socio-politiche ad esse sottostanti incidano significativamente sul modo di rapportarsi con gli altri.

A sostenere questa idea troviamo la tesi della Zanfrini e il contributo dell'analisi di Tamotsu Shibutani e Kian M. Kwan, che ispirandosi all'interazionismo simbolico, osservano come in definitiva, "il trattamento riservato a una persona dipende dal modo in cui essa è definita socialmente, ossia dai processi di classificazione che generano aspettative di comportamento e creano le distanze sociali".

Testi di riferimento
G. Simmel, Soziologie, Duncker & Humblot, Berlin, 1908 (trad. It. Sociologia, a cura di A. Cavalli, Comunità,

Schutz, A. (1971) Collected Papers, Martinus Nijhoff, The Hague (trad.it. Saggi sociologici, Utet, Torino 1979 da cui sono tratte le citazioni)

M. Scheler, Sociologia del sapere, Abete, Roma 1966)

E. Goffmann, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna, 1969

E. Colombo, Rappresentazioni dell'Altro. Lo straniero nella riflessione sociale occidentale, Guerini Studio, Milano, 1999

Articolo tratto dalla tesi di Valentina Betuol, Moda e multiculturalità: il ruolo del vestiario nei processi di inclusione ed esclusione sociale, nella quale i temi della moda e della costruzione di identità individuali e collettive sono inserite sullo sfondo della globalizzazione e dell'incontro multiculturale.
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