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Il processo di gentrification: quando il centro si fa bello
[15/10/2008]

Gentrificazione (gentrification) è quel processo per cui i decadenti quartieri operai del centro cittadino vengono recuperati attraverso un influsso di capitale privato. Alla ristrutturazione degli immobili ed alla pacificazione dell'area segue l'insediamento di un nuovo tipo di inquilini middle class – la nuova gentry appunto. Gli originari abitanti vengono "rimossi" (sia in senso lato che letterale) e destinati a zone più periferiche.
E' questo un curioso sviluppo. Durante gli anni '60 e '70, infatti, le dinamiche legate al mercato immobiliare e le politiche del Welfare (attraverso un assistenzialismo dannoso, poi spazzato via dagli sviluppi dell'economia mondiale attraverso gli anni '80) hanno provocato una distorsione nel mercato urbano del lavoro stimolando la competitività delle suburbie. Ciò ha di fatto significato un accantonamento di quegli stessi processi che avevano favorito la nascita dei grandi agglomerati urbani, condannando così quelle aree di incubazione dell'economia urbana e le potenzialità di innovazione ad esse legate – identificabili nelle piccole-medie industrie localmente connotate (quelle che non ebbero la forza di trasferirsi altrove) - ad un rapido declino.
E' dunque paradossale che oggi le vittime di queste errate – o forse fin troppo oculate (cfr. Smith, 1996) - politiche di sviluppo non possano beneficiare della rigenerazione del centro cittadino ma siano destinate, spesso, a quegli spazi suburbani dai quali erano state inizialmente escluse.

Questo processo è stato incluso sotto il concetto-ombrello di postmodernizzazione (Zukin, 1988a), ovvero quel concetto che si riferisce alla ristrutturazione globale delle relazioni sociospaziali attraverso nuove modalità d'investimento. La gentrificazione presuppone una deindustrializzazione delle aree centrali che vengono occupate da membri della classe media e sviluppate come aree turistiche e di consumo culturale (Featherstone, 1991: 107).

La rivalutazione del centro cittadino è dovuta quindi passare per un profondo cambiamento nelle abitudini e nella mentalità (fino all'inizio degli anni settanta considerata molto conservatrice) della classe media, ora più disponibile verso nuove modalità di consumo (Raban, 1974), più incline a posporre le responsabilità familiari e ad utilizzare in modo alternativo i propri risparmi. Secondo Beauregard, tutti questi aspetti sono strettamente interrelati. Differire il matrimonio incentiva la frequentazione di luoghi pubblici ed ovviamente un maggior consumo. Il luogo dove le opportunità sociali e commerciali sono maggiori è proprio il centro cittadino (Beauregard, S. 1986: 43-44).

Il nuovo punto di vista è quello di un mondo che non offre continuità, di un futuro in cui è difficile investire e dove quindi la famiglia tradizionale non trova più posto. Il surplus di tempo libero che viene a generarsi è così occupato da interessi molteplici (di ordine culturale, sportivo, religioso) ed anche un gesto semplice, quasi automatico come quello di fare la spesa, assume connotazioni differenti.

Lo shopping, che non è più esclusivamente praticato per motivi di necessità, entra a far parte del costume. Esso viene dunque etichettato come feticismo consumistico, come egregio esempio della "vuotezza" che si nasconde dietro il postmoderno, oppure come momento di alienazione ed anomia. Ma l'esperienza dello shopping è anche e soprattutto una porta aperta sul sogno, sulla possibilità di scegliere e produrre un'identità (Shields, 1992). Il luogo di consumo (mall, supermercato o negozio di quartiere) diviene una metafora del modo in cui ci confrontiamo con la città. L'atto del guardare (i prodotti) è qui connesso al suo contesto sociale, inserendo chi osserva e chi è osservato, il soggetto sociale dell'azione e l'oggetto del desiderio, in un progetto sociale consapevole. Nella città le relazioni fra uomini e donne sono condizionate dai beni di consumo.


Il flaneur che passeggia con un occhio a questa o a quest'altra vetrina, assimila ed organizza in una gerarchia assolutamente personale gli oggetti esposti – e le persone dietro di essi, definendo la natura e lo scopo delle relazioni che intrattengono: gli basta uno sguardo. Tuttavia, durante la sua passeggiata mattutina, per la prima volta egli fatica a riconoscere spezie e tessuti. "Provengono da terre lontane", borbotta fra sé imbarazzato. Sposta più in la il suo sguardo e si accorge che quei palazzi che stanno costruendo in fondo alla strada hanno qualcosa di strano, sono troppo lucidi e determinati: non gli piace l'idea di qualcosa che sia esattamente ciò che sembra. Si ferma a riflettere.

Tutti parlano con insistenza dei nuovi mondi. Tuttavia perché scomodarsi a viaggiare per giorni e giorni quando tutto ciò di cui si ha bisogno è li, nell'utero cittadino. Eppure deve esser diventato un utero troppo generoso se il flaneur fatica a riconoscere le mura ed i mercati della sua stessa città. Egli è a disagio con tutti questi stranieri, con le loro lingue che non comprende, con i loro modi affettati ed inautentici, con gli odori che provengono dalle loro cucine. Non si sente più al sicuro.
Se, come Benjamin ha osservato, i beni di consumo incarnano i sogni, il flaneur non si riconosce più nei suoi. Lo spazio urbano è irrimediabilmente mutato, ha perso il suo carattere distintivo locale (etnico, di ceto, o di classe) per assumerne uno globale. Nuovi codici si impongono per la decifrazione della trama metropolitana. Il destino delle nostre città è ormai nelle mani di agenzie internazionali. Localismo e senso di appartenenza fanno largo all'anonimità dei no-place spaces, o ambienti simulati, in cui siamo incapaci di sentirci a casa nostra (Featherstone, 1997: 102-108).
Le strade commerciali della nostra infanzia diventano allora sinonimo di nostalgia per una comunità perduta, un'identità abbandonata. Il conforto di un mondo dove "tutti conoscono tutti", si trasforma in un caldo ma distante ricordo (Zukin, 1995: 187-207).

La preservazione storica e la ristrutturazione di numerosi quartieri popolari del vecchio centro cittadino hanno lo scopo di lenire questa nostalgia attraverso la creazione di un ambiente esteticamente simile ai quartieri etnici di inizio secolo. L'atmosfera bohèmien che si respira nelle aree rigenerate è garantita dalla presenza di artisti ed artigiani, "importati" od invitati a rimanere attraverso agevolazioni fiscali particolarmente allettanti (Smith, 1996: 19). Il flaneur può qui abbandonarsi ad una totalità di piaceri visivi esteticamente coerenti, con la certezza di trovarsi in un luogo sicuro, popolato da persone come "lui".
Il flaneur, in concomitanza con lo sviluppo di un'economia industriale, cessa di errare senza scopo: il suo scopo ora, come quello di tutti gli altri, è quello di consumare. Egli si è così abituato all'eterogeneità dell'offerta, i suoi gusti si sono internazionalizzati e considera una fortuna il fatto che egli possa consumare, nel suo quartiere, un prodotto etnico che la distribuzione di massa riesce a riprodurre come "storicamente autentico" (Zukin, 1991: 195). Il flaneur può addirittura decidere di colmare la distanza che lo separa dagli altri attraverso la condivisione di esperienze "tattili ed emotive", attraverso la frequentazione di caffè all'aperto, musei, ristoranti o discoteche (Maffesoli, 1997). Tuttavia il paesaggio che si viene a definire attraverso quest'esteticizzazione del passato è un paesaggio apocrifo. Qui il tempo prevale infine sullo spazio, anzi lo spazio è annichilito dal tempo.
Se la simbologia (populista) alla base del progetto di gentrificazione inneggia ad un passato mitico, ad una città finalmente vivibile, è lecito chiedersi: “Ma vivibile per chi? Ovviamente per le classi medie, visto che per necessità la città è sempre stata vivibile per gli operai” (Smith, 1996: 89).

Le aree gentrificate vengono quindi provviste di infrastrutture commerciali assolutamente all'avanguardia e la loro promozione è curata nei minimi particolari. La cosiddetta "rinascita della città" è pubblicizzata come un evento in grado di portare benefici a tutti i suoi abitanti indistintamente, ma come abbiamo visto la realtà è diversa. Uno sviluppo diseguale caratterizza l'andamento della città, favorendo quelle zone che possiedono, per questioni storiche e/o geografiche, un maggiore capitale culturale (quello che Bourdieu definisce come "capitale oggettivo").
Da ciò discende, come testimonia l'esperienza di Glasgow, che un'eventuale incremento dell'occupazione difficilmente avrà un impatto sensibile sulle aree più disagiate. Inoltre, nei piani di ristrutturazione e rilancio sono raramente previsti gli ammortizzatori sociali, con la conseguenza che l'aumento del valore degli immobili (e quindi degli affitti) significa quasi sempre, per gli originari abitanti, un'ingloriosa ritirata verso aree più povere e periferiche.


Articolo tratto dalla tesi di Ermanno Barbani, I Caratteri della Città Postmoderna: Gentrification e Industrie Culturali, dove è possibile consultare un interessante case study sulla città di Manchester attraverso la dialettica moderno/postmoderno.
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