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Lo studio della povertà urbana nella Scuola di Chicago
[10/10/2008]

Il Dipartimento di sociologia e antropologia culturale dell'università di Chicago, meglio conosciuta come Scuola di Chicago, fu costituito nel 1892. Solo a partire dagli anni Venti del XIX secolo conobbe la sua fortuna quando i suoi fondatori Robert E. Park e Ernest W. Burgess svilupparono un programma di ricerca urbana che aveva come oggetto di studio la città di Chicago.
Gli studiosi utilizzarono la teoria di ecologia urbana che proponeva che le città fossero analizzate come ambienti sistematici proprio come altri sistemi ecologici naturali.

La novità era costituita dal fatto che, per la prima volta, le città potevano essere studiate utilizzando approcci darwinisti di tipo evolutivo secondo i quali la competizione selezionava alcune caratteristiche urbane nel corso del tempo. Questi approcci enfatizzavano la competizione tra diversi gruppi sociali ed etnici per lo spazio e le risorse ed i processi che conducevano alla formazione di nicchie ecologiche omogenee di particolari settori della popolazione. Via via che i settori della popolazione si arricchivano abbandonavano il centro, nel quale restavano aree di deterioramento urbano e sociale e ai margini zone più ricche. In tale modo si cercava attraverso questo modello di spiegare i social problems dell'epoca che erano soprattutto la disoccupazione, la criminalità e il vagabondaggio tutte forme di povertà.

In sintesi, gli studiosi della Scuola di Chicago affrontarono per la prima volta uno studio sistematico della città dal punto di vista sociologico attraverso uno studio empirico della società urbana.
La scelta della città di Chicago come oggetto di studio non fu casuale, basta soffermarci sulla descrizione che ne fa Dreiser per capire che essa incarnava perfettamente il senso degli studi intrapresi all'inizio del secolo:

"città centro commerciale, industriale, di cultura, incrocio di collegamenti viari, ferroviari e marittimi, nella quale immaginario e realtà individuale si sommano nell'angoscia e nella positività dell'esistenza" (T. Dreiser, Il Titano, New York, 1925, Einaudi, Torino 1976, p.15).

In tal senso la città risultava per queste ricerche un vero e proprio laboratorio sociale all'interno del quale esaminare le cause e gli effetti dei problemi sociali scatenati dal post-industrialismo.
Particolarmente interessante per l'oggetto della mia analisi, risulta essere il lavoro di Nels Anderson, esponente atipico della Scuola di Chicago e promotore del metodo che inseguito diverrà il pilastro della corrente di Chicago: l'osservazione partecipante.
Nonostante Burgess introduca i lavori di Anderson, in particolare The Hobo, tra i "documenti umani" e "studi di comunità" ritengo che sia corretto definirlo promotore perché propone una variante atipica dell'osservazione partecipante. A differenza dell'osservatore partecipante, che si spoglia dei suoi abiti di ricercatore per infilarsi nel tessuto urbano che egli vuole analizzare, cercando di immedesimarsi il più possibile, Anderson fa l'inverso si spoglia dei suoi abiti di immigrato per immedesimarsi in quello di studioso di problemi sociali e per raccontare la sua vita con occhi non solo di studioso ma anche dalla prospettiva di colui che ha sofferto veramente degli effetti della povertà.


Articolo tratto dalla tesi di Salvatore Patricell, I nuovi senza dimora: tre nuove tipologie di homeless, all'interno della quale viene effettuato un'interessante studio empirico sulle nuove forme di espressione della povertà.
Nei prossimi giorni ne presenteremo alcune pagine.
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