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Il relativismo culturale: definizione di un approccio epistemologico
[07/10/2008]

Fino alla fine del XIX secolo, si riteneva che esistessero popoli provvisti di cultura e popoli privi di essa. I gruppi etnici diversi da quelli occidentali, seppur portatori di cultura, venivano considerati popoli di natura, "primitivi" o "barbari". Questa divisione così netta è stata definita etnocentrismo dell'uomo occidentale, che considerandosi unico detentore del sapere ha pensato di dover proporre la propria cultura come termine di paragone per le altre.

"Etnocentrismo è il termine usato dagli antropologi per indicare l'opinione secondo la quale il proprio modo di vita è corretto e naturale, anzi il solo vero modo di essere pienamente uomini. Si tratta di una soluzione alla tensione inevitabile fra sé e altro culturale, e di una forma di riduzionismo, perché riconduce l'altro modo di vita a versione deformata del proprio: se il nostro è giusto il loro non può essere che sbagliato. Nella migliore delle ipotesi la loro verità è una verità deformata; nella peggiore una falsità bella e buona (naturalmente nella prospettiva opposta il nostro modo di vivere sembrerà parimenti una deformazione)" (Schultz e Al. 1999 :25).

La tendenza ad interpretare o valutare le altre culture partendo dalla propria, divenne evidente presso gli europei dopo le grandi spedizioni geografiche, con la scoperta dell'America, delle isole del Pacifico e dell'estremo Oriente. In origine venne adottata una interpretazione di tipo evoluzionistico unilineare secondo la quale esisterebbe una linea di evoluzione biologica e culturale dominante.
Tutte le società cioè, attraversano diversi stadi progredendo a velocità diverse; quelle che sono più lente rimangono ad un livello inferiore rispetto a quelle che si evolvono più rapidamente. Sulla scia di questa teoria, ci si è interrogati sui termini progresso ed evoluzione, considerando diversi aspetti quali la cultura materiale, i mezzi di sussistenza, l'organizzazione parentale, le usanze religiose.

Gli studi più importanti al riguardo sono stati condotti da Henry Maine, studioso delle differenze tra l'organizzazione sociale basata sul rapporto famigliare e sul contratto sociale e la transizione dall'una all'altra, Jhon Lubbock che ha approfondito il confronto fra società con discendenza patrilineare e matrilineare, ed ha sostenuto la tesi della matrilinearità come origine della patrilinearità, ed Edward Tylor studioso della religione "primitiva".
Alcuni, come Sir John Lubbock, consideravano i popoli pre-letterati privi di qualsiasi forma di religione, o provvisti di una "mentalità pre-logica" come sostenne Lucien Lévy-Bruhl. In base alla teoria del "prelogismo", i primitivi sarebbero caratterizzati da una struttura psichica in cui non è utilizzato il principio di non contraddizione, e in virtù della quale la mentalità, il rapporto soggetto/mondo, il rapporto naturale/sovrannaturale, sarebbero differenti dai nostri. Con Lévy-Bruhl si verifica una transizione teorica epocale che prelude al relativismo culturale; egli infatti smonta l'idea evoluzionistica affermando l'originalità e l'incomparabilità tra diversi contesti socio-antropologici (Bernard 2002 :44-63).

Ciò nonostante, fino all'inizio del Novecento le culture non occidentali, ed in modo particolare quelle dei popoli privi di scrittura, furono considerate negativamente.
Per difendere la sopravvivenza delle culture "primitive", che non venivano riconosciute se non come esistenti ad uno stato inferiore di evoluzione, si sviluppò, all'inizio del '900, il cosiddetto "relativismo culturale". Gli assertori di tale teoria combattevano l'etnocentrismo, negando l'esistenza di un'unità di misura universale per la comprensione dei valori culturali: ogni cultura è portatrice di istituzioni ed ideologie che non hanno validità al di fuori della cultura stessa. Un nuovo punto di vista che facilita la comprensione delle culture.

Il relativismo culturale è stato definito come "la comprensione di un'altra cultura alle sue condizioni in modo abbastanza simpatetico da farla apparire come progetto di vita coerente e significativo" (Greenwood 1977).
Secondo questa definizione, obiettivo del relativismo è comprendere. Si comprende che i bisogni umani fondamentali possono essere soddisfatti con mezzi culturalmente diversi e che ciò che è considerato morale in una cultura può essere amorale o eticamente indifferente in un'altra.

Il relativismo si distingue dall'atteggiamento spontaneo di attaccamento preferenziale alla cultura nella quale siamo stati allevati ed educati, che costituisce un elemento essenziale di coesione sociale presente in tutti i popoli conosciuti. Quando questo viene teorizzato assume un significato ideologico e diventa un pericolo per le etnie differenti ed un fattore di impoverimento per la stessa società.

Herskovits affermò il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambito in cui essa si esprime: ogni società è unica e diversa da tutte le altre, e i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico. Presso alcune culture, per esempio, non è amorale uccidere un uomo troppo anziano e non più produttivo in una situazione in cui non è possibile ottenere cibo a sufficienza per tutti. L'idea che gli elementi di una cultura debbano essere compresi e giudicati nell'ambito della stessa cultura porta alla conclusione che non si può considerare una cultura superiore o inferiore rispetto ad un'altra. Intesa in senso ampio la cultura è il modo di vita di un gruppo sociale, l'insieme dei modelli di comportamento appresi e tramandati da una generazione all'altra durante il processo di socializzazione (Herskovits 1979).

Il relativismo consente di capire fenomeni sociali incompatibili col nostro modo di pensare rendendoli intellegibili e coerenti con il sistema storico-sociale all'interno dei quali essi si verificano. Ciò non significa però scadere in un determinismo culturale che giustifica ed accetta qualsiasi pratica in funzione di un necessità fatta di influenze da cui non è possibile svincolarsi. Comprendere non significa approvare o discolpare ma avere una visione reale delle culture al di là di pregiudizi e stereotipi. Spesso alcune pratiche possono apparire ripugnanti e capirle meglio può aiutarci a cambiare la nostra opinione. Ma può accadere anche il contrario: pur comprendendo altre logiche, possiamo non approvarle sia perché le ragioni addotte per giustificale non ci persuadono, sia perché siamo a conoscenza di sistemi alternativi che potrebbero sortire il medesimo effetto utilizzando altri metodi. Inoltre, bisogna tener presente che anche all'interno delle stesse società esiste un'ampia gamma di pratiche e valori che hanno sia detrattori che fautori.

Il relativismo, pur rendendo complesso ed articolato il ragionamento morale, non ci impone di mettere da parte i valori appresi nella nostra società, ed anzi ne è richiesta la presenza come bagaglio di conoscenze da confrontare con nuovi ambienti e culture. In questo modo disponiamo di più punti di vista per poter valutare una stessa esperienza e abbiamo la possibilità di un'alternativa ragionevole e ragionata.
"Ciò che il relativismo culturale scoraggia è la facile soluzione del rifiutarsi sin dall'inizio di considerare le alternative. Né ci esime dall'affrontare talvolta scelte ardue fra alternative nelle quali il giusto e l'ingiusto sono così perspicui. In questo senso il relativismo culturale è una filosofia con i piedi per terra" (Schultz e Al. 1999 :29).

Il relativismo è un importante strumento per suscitare comprensione, rispetto ed apertura verso culture diverse dalla propria; soprattutto comporta la rinuncia ad un criterio valutativo metaculturale.
Il relativismo, però, ha il limite di condurre alla separazione tra le culture; non stimola, una effettiva comunicazione tra loro. Anche se nel relativismo viene a mancare il riferimento a valori assoluti, secondo questo punto di vista, ogni sistema di valori assume una validità incondizionata all'interno del proprio ambito. Il relativismo, inoltre, non è più sufficiente in un'epoca in cui diverse culture convivono all'interno di medesimi spazi.

Oggi, infatti, occorre dare pari dignità alle molte voci provenienti da diversi contesti culturali, all'interno di una prospettiva multidimensionale che può essere fornita solo dal modello interculturale.


Articolo tratto dalla tesi di Laura Cinquepalmi, Multiculturalismo e Interculturalismo
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