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Definizioni di povertà assoluta, povertà relativa e disuguaglianza
[01/10/2008]

Quando si parla di povertà assoluta si fa riferimento all'idea della semplice sopravvivenza o a quella di un livello di vita ritenuto minimo accettabile. Nel primo caso povertà è quasi sinonimo di "miseria nera", di quella situazione cioè nella quale la carenza di risorse a disposizione dell'individuo è così profonda che la sua stessa vita è messa in pericolo o, quantomeno, è condotta in condizioni disperate. Questa accezione di povertà è spesso usata con riferimento ad alcuni Paesi del terzo mondo (o loro regioni particolarmente svantaggiate), così come per quei casi di povertà estrema che si possono anche riscontrare ai margini delle ricche società industriali.
In questo caso la distinzione tra poveri e non poveri è assai semplice e, almeno per quanto riguarda i Paesi Europei, e comporta che la povertà sia ristretta ad un numero alquanto limitato di casi, tutto sommato eccezionali. Di conseguenza, il problema della povertà si restringe a quello di un piccolo numero di persone che, in base alle loro caratteristiche prevalenti, è facile designare come del tutto "particolari".

Sempre alla povertà assoluta ci si richiama anche in un secondo caso, quando invece che alla mera sopravvivenza si fa riferimento ad uno standard di vita che viene ritenuto "minimo accettabile". In questo caso per discriminare i poveri dai non poveri si definisce previamente un insieme di bisogni ritenuti essenziali e le risorse che ne permettono un soddisfacimento minimo; le persone (o le famiglie) che non dispongono di questo minimo di risorse vengono qualificate come povere. I bisogni che più spesso vengono identificati come essenziali sono l'alimentazione, l'alloggio, il vestiario, la salute e l'igiene (talvolta si aggiunge anche la vita di relazione). A questa lista di bisogni si affianca una lista di consumi che ne permettono il minimo soddisfacimento, tramutando poi i consumi, attraverso i prezzi di mercato, nella somma di denaro necessaria. Si ottiene così una soglia di reddito minimo che stabilisce il "confine della povertà".
Questo metodo d'individuazione della povertà ha illustri precedenti: esso fu usato da Rowntree (1901) già nella sua prima ricerca sulla povertà nella città inglese di York e poi in moltissime altre occasioni. Questo stesso metodo è stato usato per dividere i paesi del mondo in ricchi e più o meno poveri. Una sua applicazione, infine, sta alla base della definizione di soglie d'intervento di molte forme di politica sociale. La più comune ed anche la più interessante fra queste è quella del cosiddetto "minimo vitale garantito". Questa forma di assistenza si propone di garantire a tutti un livello di vita minimo fornendo alle famiglie a più basso reddito quel supplemento di denaro necessario per acquistare quei beni e servizi che assicurano quel soddisfacimento "minimo accettabile" dei bisogni fondamentali sopra elencati.

Questa concezione della povertà - qualificata come "assoluta" e quindi legata a necessità fisiologiche di base - si ricollega a concetti quali i bisogni primari, il minimo vitale, il fabbisogno nutrizionale minimo, la disponibilità di beni e servizi essenziali per la sopravvivenza. In sostanza è "assoluta" in quanto prescinde dagli standard di vita prevalenti all'interno della comunità di riferimento.

I limiti di questo concetto sono molti. Non è infatti facile stabilire, in primo luogo, l'ammontare minimo di consumi che garantisce la sopravvivenza (l'uomo potrebbe accontentarsi di un piatto di fave al giorno, ma non è detto che poi esso sia sufficiente dal punto di vista nutrizionale); in secondo luogo, la definizione di un livello di vita minimo accettabile comporta il riferimento ad una data situazione storica, ambientale e sociale: ciò che viene ritenuto "minimo accettabile" oggi in Italia è molto superiore non solo al minimo accettabile di un secolo fa ma anche al minimo di qualche paese povero dell'America latina.
Il riferirsi ad una concezione della povertà intesa come fenomeno relativo permette di superare questi inconvenienti e di disporre di una definizione più aderente alla realtà. Già le considerazioni appena svolte mettono in evidenza il fatto che non è possibile quantificare un'unica soglia di povertà che possa essere utilizzata in situazioni storico-sociali diverse.
La ragione di questa impossibilità sta nel fatto che la vita sociale è essenzialmente una vita di relazione, di rapporti tra persone e gruppi. La posizione che ciascuno ha nella struttura sociale assume significato solo se è considerata in relazione alle posizioni degli altri: non si può dire ciò che si ha e ciò che si è se non tenendo conto dell'intorno sociale con il quale si interagisce. Si ha e si è più o meno degl'altri non in assoluto.

Come si può dire, ad esempio, se uno ha una buona istruzione? All'inizio del secolo saper appena leggere e scrivere era già considerato sufficiente, mentre dopo la seconda guerra mondiale era almeno richiesto il diploma di licenza elementare. L'acquedotto porta l'acqua dentro le case solo da alcuni decenni; e come prima era normale prendere l'acqua dal pozzo, oggi lo è farla scorrere dal rubinetto. Similmente si potrebbe dire per ogni aspetto delle condizioni di vita che oggi sono incredibilmente migliorate rispetto a periodi neanche troppo lontani.
Come potrebbe essere possibile, in questo continuo mutare di condizioni generali, mantenere immutata la soglia di povertà? I cambiamenti che sono evidenti in relazione al passare del tempo non sono poi meno importanti se rapportati invece allo spazio. Ciò che è accettabile in una società con un livello di vita mediamente basso è inaccettabile in un'altra dove le condizioni di vita sono mediamente superiori. Non solo essere poveri nel terzo mondo è diverso dall'essere poveri in Europa, ma anche la povertà della Grecia è diversa da quella della Germania e quella del Friuli è diversa da quella della Basilicata.

E' pertanto preferibile porre alla base di ogni considerazione sulla povertà una definizione di povertà relativa, correlata agli standard di vita prevalenti all'interno di una data comunità e comprendente bisogni che vanno al di là della semplice sopravvivenza, dipendente dall'ambiente sociale, economico e culturale e che quindi varia nel tempo e nello spazio.

Questa definizione provoca talvolta alcune perplessità. Se la povertà viene definita (e misurata) facendo riferimento alle condizioni di vita medie della società presa in esame, si ottengono risultati un po' sorprendenti. Un paese complessivamente ritenuto povero può contenere una percentuale di poveri inferiore di quella contenuta da un paese ricco, così come in un paese complessivamente ricco possono essere considerate povere persone che in un altro paese, complessivamente povero non sarebbero ritenute tali. Un esempio estremo nasce dal confronto fra terzo mondo e Europa; anche all'interno della stessa Europa si verificano di fatto situazioni di questo tipo.
La prima apparente incongruenza si spiega richiamando il collegamento tra povertà e disuguaglianza. La misura della diffusione della povertà è in realtà una misura dell'estensione della disuguaglianza. Un paese complessivamente povero, ma caratterizzato da una disuguaglianza molto ridotta avrà un tasso di povertà anch'esso molto ridotto perché una gran parte della popolazione vive in condizioni di vita che sono comprese entro un piccolo intervallo. All'opposto di un paese mediamente ricco che è percorso da una forte disuguaglianza si troverà ad avere un alto numero di poveri perché molte persone vivono in condizioni lontane dalla media, oltre la soglia di povertà.

La seconda obiezione si risolve richiamando la definizione di povertà relativa e le ragioni per la quale essa è stata preferita a quella di povertà assoluta.
E' chiaro che un pensionato sociale in Italia ha un reddito più alto di un paria indiano, ma è ancora più chiaro che il nostro pensionato sociale deve vivere nell'Italia del duemila, circondato da persone che hanno il tenore medio di vita degl'italiani d'oggi mentre il paria indiano vive nel suo ambiente, immerso in una povertà secolare. E così come essi sono separati dalla realtà, altrettanto non ha senso mescolarli concettualmente, facendo dei confronti in verità privi di senso.

Ciò che non bisogna mai dimenticare quando si ragiona in termini di povertà relativa è che la prima operazione essenziale è definire l'ambito territoriale (o sociale) di riferimento, perché è all'interno di esso che si colgono le relazioni di disuguaglianza e quindi di povertà; "ognuno è povero o non povero in rapporto agli altri tra i quali vive". Così, per esempio, se si fanno coincidere le "frontiere sociali" con quelle nazionali, si può calcolare la diffusione della povertà in ciascuno dei paesi appartenenti alla Comunità Europea e fare quindi una graduatoria delle diverse nazioni europee secondo il loro indice di povertà (l'Eurostat fissa linee di povertà nazionali). Se si considera invece la Comunità europea come un unico spazio sociale, per stimare la diffusione della povertà in Europa bisognerà prima calcolare un valore medio europeo di riferimento e poi confrontare con esso le condizioni di vita di tutti gli europei: i risultati saranno certo diversi da quelli ottenuti prima, perché si troveranno in situazione di povertà anche quelle persone appartenenti a paesi mediamente poveri che, relativamente alla propria situazione media nazionale, non erano state definite povere. Anche l'adozione di una concezione della povertà come fenomeno relativo (la misura della povertà in gran parte dei Paesi sviluppati Italia compresa fa perno sulla nozione di povertà relativa) comporta dei problemi quali: ci sono differenze tra disuguaglianza e povertà (relativa)? La seconda è solo una manifestazione della prima?

Tra povertà relativa e disuguaglianza esistono delle differenze di carattere concettuale e operativo, così come esistono molti punti di contatto. La disuguaglianza caratterizza ogni società secondo forme diverse e la percorre individuando un continuum di posizioni superiori ed inferiori alla media. La povertà, invece, interessa solo una parte della disuguaglianza e più esattamente il suo estremo inferiore. Il problema concettuale da risolvere riguarda l'individuazione del punto dove la disuguaglianza si trasforma in povertà.
Considerare la povertà come la conseguenza estrema della disuguaglianza sociale è molto utile in termini operativi perché comporta la sostituzione di interventi assistenziali diretti verso le persone povere, con azioni di politica sociale volti a modificare i meccanismi sociali che producono la disuguaglianza prima, la povertà poi.

Questo legame va messo in evidenza allo scopo di controbattere la concezione "individualista" della povertà con lo scopo di sottolineare che stiamo affrontando un fenomeno sociale, prodotto dalla generale dinamica sociale.
La disuguaglianza, tuttavia, per il suo essere una caratteristica costante della vita sociale, può ragionevolmente essere contenuta entro certi limiti, ma non può essere eliminata del tutto. E' in relazione a questo che è importante mantenere chiara la distinzione fra povertà e disuguaglianza per non estendere alla prima tutti gli attributi della seconda. In particolare sarebbe grave considerare ineluttabile anche la povertà. Al contrario considerandola come una forma di disuguaglianza portata all'estremo, si identifica immediatamente un obiettivo preciso da porre ad un intervento mirato alla riduzione della disuguaglianza: ridurla quel tanto che basta a far scomparire la povertà.

Articolo tratto dalla tesi di Andrea Musino Caradonna, Povertà: aspetti definitori, misure e principali indagini con particolare riferimento al contesto italiano
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