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Bettelheim: la fiaba nella crescita del bambino
[08/09/2008]

Il compito più importante e anche il più difficile che si pone a chi alleva un bambino è quello di aiutarlo a trovare un significato alla vita. Per arrivare a questo sono necessarie molte esperienze di crescita. Il bambino, man mano che cresce, deve imparare gradualmente a capirsi meglio; in questo modo diventa maggiormente capace di comprendere altre persone, e alla fine può entrare in rapporto con loro in modi che sono per entrambe le parti soddisfacenti e significativi.

Perché una storia riesca realmente a catturare l’attenzione del bambino, deve divertire e suscitare la sua curiosità. Ma per poter arricchirne la vita, deve stimolare la sua immaginazione, aiutarlo a sviluppare il suo intelletto e chiarire le sue emozioni, armonizzarsi con le sue ansie e aspirazioni, riconoscere appieno le sue difficoltà e nel contempo suggerire soluzioni ai problemi che lo turbano. Essa deve toccare contemporaneamente tutti gli aspetti della sua personalità, e questo senza mai sminuire la gravità delle difficoltà che affliggono il bambino, anzi prendendone pienamente atto, e nel contempo deve promuovere la fiducia in se stesso e nel suo futuro.

A livello manifesto le fiabe hanno poco da insegnare circa le esperienze dell’odierna società in quanto queste storie furono create molto prima. Ma possono essere più rivelatrici e istruttive circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società, di qualsiasi altro tipo di storia alla portata della comprensione del bambino. Il bambino ha bisogno di un’educazione morale che sottilmente, e soltanto per induzione, gli indichi i vantaggi del comportamento morale, non mediante concetti etici astratti ma mediante quanto gli appare tangibilmente giusto e quindi di significato riconoscibile. Il bambino trova questo tipo di significato attraverso le fiabe e per lui iniziano ad acquistare realmente un significato all’età di 5 anni.
Queste storie si occupano di problemi umani universali, soprattutto di quelli che preoccupano la mente del bambino, e quindi parlano al suo Io e ne incoraggiano lo sviluppo, calmando nel frattempo pressioni preconsce e inconsce.
L’autore, ad un certo punto, si chiede come mai le fiabe popolari sono più gradite delle altre storie per l’infanzia da tutti i bambini, con o senza problematiche. La risposta che si dà è che esse parlano delle sue gravi pressioni interiori in un modo che il bambino inconsciamente comprende e offrono esempi di soluzioni, sia permanenti sia temporanee, a pressanti difficoltà.

Molti genitori credono che al bambino dovrebbero essere presentate soltanto la realtà conscia o immagini piacevoli e capaci di andare incontro ai suoi desideri; ma questa teoria nutrirebbe la mente soltanto in modo unilaterale, e risulterebbe inutile in quanto la vita reale non è tutta rose e fiori. Il messaggio che le fiabe inviano al bambino è questo: “una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell’esistenza umana, che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso” (Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 13). Le storie moderne scritte per l’infanzia evitano per la maggior parte questi problemi esistenziali. Il bambino ha bisogno soprattutto di ricevere suggerimenti in forma simbolica circa il modo in cui poter affrontare questi problemi e arrivare senza danni alla maturità. È caratteristico delle fiabe esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conscio.
Questo permette al bambino di afferrare il problema nella sua forma più essenziale, mentre una trama più complessa gli renderebbe le cose più difficili. La fiaba semplifica tutte le situazioni, i suoi personaggi sono nettamente tratteggiati, e i particolari, a meno che non sono molto importanti vengono eliminati. Tutti i personaggi sono tipici anziché unici. Nelle fiabe il male è onnipresente come la virtù; in ogni fiaba il bene e il male s’incarnano in certi personaggi e nelle loro azioni, così come il bene e il male sono onnipresenti nella vita e le inclinazioni verso l’uno o l’altro sono presenti in ogni uomo.
Inoltre non è il fatto che il malfattore venga punito alla fine della storia che fa dell’immergersi nella fiaba un’esperienza morale, né che alla fine sia la virtù a trionfare a promuovere la moralità, ma il fatto che è l’eroe a risultare più attrattivo per il bambino, che si identifica con lui in tutte le sue lotte. Grazie a questa identificazione il bambino immagina di sopportare con l’eroe prove e tribolazioni, e trionfa con lui quando la virtù coglie la vittoria.

Il bambino compie questa identificazione da solo, e le lotte interiori e col mondo esterno dell’eroe fanno nascere in lui il senso morale. I personaggi delle fiabe non sono ambivalenti: non buoni e cattivi nello stesso tempo, come tutti noi siamo nella realtà. Ma dato che la polarizzazione domina la mente del bambino, domina anche nelle fiabe. Una persona è buona o è cattiva, mai entrambe le cose.
La presentazione della polarità del carattere permette al bambino di comprendere facilmente la differenza fra le due cose, mentre le ambiguità devono attendere fin quando una personalità relativamente solida non si sia stabilita sulla base di positive identificazioni. Il bambino si identifica nel personaggio dell’eroe non a motivo della sua bontà ma perché la condizione dell’eroe esercita un forte richiamo positivo su di lui. Il succo di queste fiabe non è la morale, ma piuttosto la fiducia di poter riuscire. La vita può essere affrontata con la fiducia di poter superare le sue difficoltà o con la prospettiva della sconfitta: anche questo costituisce un importantissimo problema esistenziale. La fiaba offre soluzioni in modi che il bambino può afferrare in base al proprio livello intellettivo. Per esempio il classico finale: “E vissero felici per sempre” non fa credere per un solo istante al bambino che la vita eterna sia possibile. Essa indica però qual è l’unica cosa che può farci sopportare i limiti del nostro tempo su questa terra: la formazione di un legame veramente soddisfacente con un’altra persona.

Le fiabe insegnano che quando si è arrivato a questo si è arrivato al massimo soddisfacimento emotivo nella vita e soltanto questo può aiutare a superare la paura della morte. Se una persona ha trovato il vero amore adulto non ha bisogno di desiderare la vita eterna. Soltanto uscendo nel mondo esterno l’eroe (il bambino) può trovare se stesso; e quando trova se stesso trova anche l’altra persona con la quale potrà vivere felice per il resto dei suoi giorni, cioè senza dover più provare l’angoscia di separazione. La fiaba è orientata verso il futuro e guida il bambino aiutandolo ad abbandonare i suoi desideri infantili di dipendenza e a raggiungere una più soddisfacente esistenza indipendente.

Articolo tratto dall'interessante tesi di Alessia Ciuffardelli, Il significato e le funzioni della fiaba nello sviluppo del bambino, dove viene analizzato molto dettagliatamente il ruolo pedagogico della fiaba nella crescita del bambino.

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