Home Sociologia
Home Sociologia
Sociologi o laureati in Sociologia: tratti di una professione non realizzata
[02/07/2008]

Con il contributo di Antonio Petrone, estratto dalla sua tesi Il destino sociale dei laureati, proseguiamo nell'esame del rapporto tra laureati in Sociologia e mercato del lavoro. Prima di proporvi i dati, di certo interessanti, dei lavori svolti da chi esce dai corsi di laurea in Sociologia, vi proponiamo una breve analisi introduttiva della questione e le risposte di alcuni studiosi in merito alla rappresentazione del destino sociale e professionale dei laureati in sociologia. Insomma, se andate cercando una risposta al perché studiare sociologia, qui troverete qualcosa di interessante.

Vi invitiamo inoltre a contribuire per la formazione di un osservatorio, uno sguardo sullo stato dei corsi di laurea in Sociologia e sullla loro capacità di introdurre nel mondo del lavoro; un punto di riferimento per monitorare la qualità dei corsi e tastare il polso degli studenti così da fornire utili indicazioni ai futuri iscritti. Per fare questo abbiamo bisogno del vostro aiuto: inviateci, così, i vostri commenti e le vostre opinioni sull'argomento e sui corsi di laurea!

Sociologi o laureati in Sociologia: tratti di una professione non realizzata
di Antonio Petrone

È necessario parlare di laureati in Sociologia, più che di sociologi, afferma Statera (1985); perché, domanda il profano, che differenza c’è? È proprio vero che si può parlare di sociologi solo per gli iscritti all’A.I.S.1? Ancor di più, sarà vero che la professione2 di sociologo non esiste o è molto vaga?

Una serie di quesiti che sicuramente aprono sconcertanti incertezze sul ruolo del sociologo nella nostra società; domande alle quali è possibile, almeno in parte, dare una risposta che qui tenteremo.
Chiari (1996) afferma che il carattere polivalente della laurea in Sociologia può offrire possibilità di futuri sbocchi professionali prima impensati; se è vero che le società contemporanee, almeno quelle industrializzate, vanno verso un grado di complessità sempre crescente, afferma l’autore, sarà altrettanto vero che in un futuro non troppo lontano ci sarà bisogno di persone attrezzate intellettualmente, i laureati in Sociologia, capaci di leggere i movimenti della società e, decifrandoli, offrire possibilità di intervento. Se ciò sarà possibile in futuro non è dato saperlo, ma per ciò che riguarda il presente della condizione occupazionale dei laureati in Sociologia le cose stanno molto diversamente. Si tratta comunque di un percorso formativo non professionalizzante, durante il quale rintracciare un comune denominatore della disciplina, nonostante i numerosi tentativi di istituzionalizzazione, distinguendoli da quelli di consolidamento accademico, sono andati via via fallendo.

In più scritti Statera sottolinea la mancanza di un paradigma unificante (né tanto meno la presenza di scuole in senso khunniano) come una delle cause di tale mancata sistemazione del know how sociologico. Si pensi, ad esempio che solo nel 1991, ben venti anni dopo la nascita dei corsi di laurea in Sociologia , si è pensato di riformare i corsi di laurea e di attribuire un minimo di omogeneità di insegnamenti sia fondamentali che, in parte, di quelli a scelta. La netta disparità prima esistente non è del tutto scomparsa; pesa ancora una certa eredità di tipo letterario-filosofico che impedisce alla sociologia l’emancipazione dall’approccio umanistico e idealistico, comunque antiscientifico.
Sarebbe troppo lungo descrivere la nascita e l’ambiente culturale della sociologia accademica in Italia3 e probabilmente non è solo con questo approccio “antropologico” che possiamo spiegarci come Mariella Pacifico possa sostenere “la non realizzazione della professione di sociologo” (Pacifico, 1996).

Per cominciare a dare qualche risposta agli interrogativi iniziali bisogna dire che:
in primo luogo è importante pensare che nessun corso di laurea (almeno in Italia) dà la facoltà di inserire il neolaureato in un ordine professionale o, più semplicemente, in una professione consolidata, ma per far ciò è necessario un tirocinio, a volte degli esami, comunque un percorso formativo specifico che vada oltre la laurea; perciò non si può confondere un sociologo con un laureato in Sociologia, ma parallelamente non c’è affatto bisogno di essere ricercatori o professori universitari (come i membri dell’A.I.S.) per essere o fare il sociologo.

Il difficile è comprendere attraverso quali esperienze si forma il Sociologo con la S maiuscola; quali possibilità ha effettivamente uno studente in sociologia di lavorare un giorno (anche se dopo più di 5 o 6 anni) da Sociologo? La domanda nasce spontanea: che lavoro svolgono e che mansioni hanno, oggi, i laureati in Sociologia?
Altri articoli
  • [21/10/2009] La teoria relazionale della felicità
  • [12/10/2009] Ascesa e declino del fordismo
  • [08/09/2009] Devianza: la teoria delle sub-culture e la teoria conflittuale
  • [02/09/2009] La cultura hip hop negli adolescenti
  • [31/08/2009] Che cos'è la relazione d'aiuto?
  • [28/08/2009] Una definizione di counseling
  • [26/08/2009] L'educatore nella relazione d'aiuto
  • [23/08/2009] I minori stranieri in Italia
  • [20/08/2009] Sviluppo del bambino: dal gioco simbolico al gioco con le regole
  • [17/08/2009] Gli usi del linguaggio: non solo comunicare

  • ARTICOLI AUTORI LIBRI DOSSIER INTERVISTE TESI GLOSSARIO PROFESSIONI LINK CATEGORIE NEWS Home

    Skype Me™! Tesionline Srl P.IVA 01096380116   |   Pubblicità   |   Privacy