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L’agire politico di uno statista
Contributo di Andrea Villa sull'azione politica: responsabilità o strumento di interesse?

[11/06/2008]

“[…] Mi comprenda. Non abbiamo sufficienti poteri, perché essendo e volendo essere democratici, la sintesi politica, che condiziona la nostra iniziativa, è lenta e difficile. Certe reazioni dell’opinione pubblica a taluni episodi non aiutano a risolvere questo problema di fondo, a trovare il ritmo giustamente veloce. Talvolta creano scompiglio ed aggravano la situazione. È giusto certo parlare dello Stato e chiedere allo Stato una volontà vigorosa, una politica incisiva. Ma bisognerebbe andare più in là e cogliere l’altra faccia del potere dello Stato, quel complesso di organismi, di gruppi, di persone nei quali il potere concretamente s’incarna e s’articola. Non si tratta di automi. È ben comprensibile che si prospettino qui interessi, ideali, particolari vedute. Il potere come comando è condizionato dal potere come istituzione e dagli uomini che la esprimono […]”.

Queste parole dell’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro, pubblicate su “L’Espresso” nel 1965 (a. XI, n. 43), stupiscono per la loro modernità e rilevano in pieno le grandi doti del compianto statista. In poche righe, è possibile scorgere molte delle dinamiche e delle difficoltà più significative di una politica democratica effettivamente compiuta. In primis, salta agli occhi, la concezione della responsabilità pubblica comprendente un’etica della comunicazione pubblica, il più possibile, trasparente e responsabile. L’agire politico non è concepibile, semplicemente, alla stregua di un’azione unilateralmente concepita, al contrario, “volendo essere democratici”, esso scaturisce dal saper ascoltare, dalla mediazione e dalla sintesi delle numerose posizioni che, di volta in volta, emergono. I problemi ed i fenomeni cui il potere pubblico è chiamato a far fronte richiedono, necessariamente, di essere affrontati cercando di comprendere a fondo la complessità che scaturisce dalla realtà delle, cosiddette, società post-moderne, in cui oggi viviamo. La complessità di un fenomeno/evento, lo ricordiamo, è, dalla dottrina, intesa come la non riducibilità dello stesso a poche, pochissime cause/variabili.

Certamente si tratta di un compito delicato che, inevitabilmente, deve misurarsi con l’esigenza di un pronta risposta alle molte esigenze sociali, con una capacità decisionale in grado di coniugarsi in un effettiva capacità di Governo. Ciò non toglie che tale dialettica non può mancare e, soprattutto, non può finire con il coincidere o con l’appiattirsi del Governo e della politica alle istanze ed alle impressioni di quella che viene definita pubblica opinione. Tale dinamica finisce con lo svuotare l’alto senso morale dell’iniziativa politica e legislativa dalla sua responsabilità più alta, dalla mediazione vera e propria. Un concetto, quello di opinione pubblica, divenuto realtà in poche decine di anni. Una realtà, inconcepibilmente, riduzionista e strumentale, in grado di ammaliare, non solo la gente comune, ma, soprattutto, le principali discipline della collettività quali la sociologia, l’economia, la giurisprudenza e la politica, riducendo l’analisi di quella che abbiamo definito complessità dei fenomeni alla weltanshauung giustificazionista e settaria dei gruppi di potere, di volta in volta, chiamati in causa.

“[…] Quando poi questa esperienza non sia sorretta da una solida tradizione e da un profondo senso civico il lavoro di sintesi è ancor più faticoso e di esito incerto. Naturalmente, proprio per queste caratteristiche, il sistema democratico è così alto e nobile, tanto più umano di altre forme di ordinamento politico. Ma certo in una democrazia come la nostra, non ancora del tutto matura e stabile, lo Stato manca sovente d’una sua volontà unitaria e comunque non ha i mezzi per esprimerla tempestivamente.[…]” (Ibidem).

L’attività politica non può risolversi, a tempo indeterminato, nella difesa dell’interesse di pochi, ma deve, da qualche parte e in qualche modo, esplicitarsi attraverso un’attività di contributo alla determinazione dell’indirizzo generale della vita della comunità cui fa riferimento (cittadini e popolazione), ispirata alla realizzazione della propria concezione sociale e del proprio sistema di valori (Carta Costituzionale). Uno dei principali problemi, probabilmente, risiede proprio in quest’ultimo aspetto: il mutato, se non stravolto, sistema di valori. Dal 1965 ad oggi “molta acqua e passata sotto i ponti” e vorrei tanto trovare qualcuno che sia in grado di dimostrarmi che, in questi anni, il senso civico, la consapevolezza dei valori della democrazia, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, la mobilità sociale abbiano potuto registrare un incremento.

Concludendo questo breve contributo, sottolineo di aver voluto menzionare uno fra i molti personaggi italiani che nella vita hanno di buono fatto e scritto, pagando anche in prima persona, piuttosto che scavar per sentenze e giudizi o andare per voce di pubblica opinione, parlando male del male e reiterando il concetto secondo cui “bene o male purchè se ne parli”.

Andrea Villa
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