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La sociologia dei disastri
Quando la catastrofe da emergenza diviene laboratorio sociale

[28/11/2007]

Si è soliti considerare il disastro o la catastrofe come un fenomeno essenzialmente legato alle bizzarrie della natura o come sottoprodotto delle attività umane. In entrambi i casi, esso è affrontato attraverso un’ottica di emergenza che raramente lascia spazio anche ad una interpretazione sul funzionamento dei sistemi sociali. Recentemente nell’opinione pubblica si è cominciato a guardare a tali eventi con occhi diversi: sulla scia di ricerche scientifiche, programmi politici e mobilitazioni sociali attorno al cambiamento climatico, si è iniziato a considerare i disastri naturali in termini di effetti sociali che il cambiamento del clima potrebbe causare. Tuttavia, le catastrofi naturali non sono eventi sociali solo per le conseguenze che producono sulle dinamiche e sulle relazioni di una società, ma sono fenomeni sociali anche per la loro stessa definizione, origine e portata; sono, in altre parole, essenzialmente sociali. O perlomeno, tale è l’approccio della sociologia che vede in essi non solo eventi, ma anche prodotti – costruzioni – sociali.

Sebbene tali affermazioni possono apparire provocatorie o sembrare l’ennesimo tentativo di sconfinamento di una disciplina, la sociologia, che ancora stenta a definire il suo campo di indagine (nonostante sia ormai prossima ai due secoli di vita), in realtà suscitano critiche per via dei luoghi comuni che fino ad oggi hanno avvolto la visione delle catastrofi, come ad esempio l’idea che un evento naturale sia percepito come un disastro solo a causa delle dimensioni dei danni o delle vittime prodotte.
Tuttavia non sempre e non solo sono i numeri dei cadaveri a definire un evento come disastro o catastrofe, così come non può esserne solo la causa contingente dell’evento (un terremoto, un tifone etc.) a delineare cosa l’essere umano percepisce essere una catastrofe.

Il primo sociologo a studiare i disastri fu Prince, il quale collegò l’importanza di tali fenomeni in relazione al cambiamento sociale. Studiando la famosa esplosione del 6 dicembre 1917 di una nave francese carica di esplosivi nei pressi del porto di Halifax, Prince definì il disastro “come un evento che produce la sovversione dell’ordine o del sistema delle cose”. In altre parole, per lo studioso il disastro rappresentava un’interferenza con l’equilibrio ordinario della società, ossia un cambiamento sociale. Questa prima spiegazione è fondamentale all’interno della futura prospettiva sociologica che, come vedremo oltre, troverà il suo denominatore comune proprio su questa base.

Nei decenni successivi, i disastri si sono ritagliati un ruolo sempre più centrale nell’informazione grazie allo sviluppo tecnologico della comunicazione: così i reportage, anche di grandi scrittori, sulle distruzioni che accadevano nelle diverse parti del mondo hanno cominciato a riempire le pagine dei giornali prima, e gli schermi della televisione poi. Tuttavia, in tutti questi casi la prospettiva nella quale venivano inseriti era l’emergenza: attraverso il racconto si poteva sensibilizzare gli stati amici o le popolazioni di nazioni lontane ad intervenire per contenere le conseguenze e ricostruire i danni. Parallelamente a tale processo di maggiore attenzione e copertura dell’informazione, anche la sociologia ha cominciato ad avvicinarsi ai disastri, sottolineando e concentrandosi sulla sua dimensione sociale, che secondo l’approccio della disciplina definisce i disastri stessi e li fa percepire come tali.

Quarantelli e Dynes, ad esempio, ritengono che il disastro sia essenzialmente un fenomeno sociale e sia perciò identificabile in termini sociali. Secondo i due autori, le dimensioni fisiche o spaziali, come la magnitudo o l’epicentro di un terremoto, sono semplicemente delle proprietà dello spazio piuttosto che degli strumenti attraverso i quali definire o addirittura spiegare il fenomeno.
Le due dimensioni che assumono rilevanza sono quella sociale e quella mentale: il disastro è per prima cosa un costrutto mentale, un modo di percepire gli effetti o le conseguenze di un evento rispetto al corso ordinario dell’esperienza di vita, ed una costruzione sociale, in riferimento sia alle condizioni di una società che determinano l’impatto dell’agente interagendo con le sue proprietà sia agli elementi culturali a disposizione di una collettività per interpretare gli eventi stessi e le loro circostanze.

Gli studi che si sono sviluppati dagli anni ’60 in poi, hanno iniziato a considerare i disastri come prodotti sociali in termini di vulnerabilità di una società all’accadere di un determinato evento naturale o meno. La vulnerabilità è un concetto fondamentale nella prospettiva sociologica in quanto è definita dall’interazione in un determinato contesto spaziale delle proprietà fisiche dell’agente della catastrofe (la potenza di un terremoto, la violenza di un uragano, l’entità di un’esplosione etc.) e dai fattori psicologici, culturali, sociali ed economici della società colpita.
E’ proprio in questo senso, dunque, che il disastro si delinea come un prodotto sociale: ad esempio se un terremoto di eguale intensità colpisse Tokio ed una città italiana, potrebbe succedere che nel primo caso non si avrebbe nessuna percezione di un disastro naturale, mentre nel secondo caso si potrebbe avere una catastrofe di grosse dimensioni.

Più sopra si diceva che non era sufficiente conoscere il numero delle vittime o il valore delle proprietà danneggiate per stabilire se fossimo di fronte ad una catastrofe o meno. Infatti, se il disastro è un prodotto sociale e una costruzione mentale/culturale, allora significa che imponiamo all’esperienza delle cose un tale significato (ossia di disastro) attraverso dimensioni simboliche: come il senso di vulnerabilità, l’adeguatezza delle interpretazioni disponibili e adeguate a spiegare l’evento e, infine, la rappresentazione sociale della morte presso quella collettività.

I diversi autori – tra i quali Turner, Pelanda, Quarantelli, Dynes, Burton, Bardon – che si sono susseguiti nello studio di questi fenomeni hanno raggiunto un certo grado di consenso attorno ai temi in campo identificando un elemento comune che racchiudesse in sé la dimensione sociale e simbolica e servisse da criterio utile a riconoscere un evento come disastro. L’idea centrale e comune a tutte le definizioni è che un disastro implica sempre una discontinuità del contesto sociale nel quale gli individui e le strutture sociali hanno funzionato fino al suo verificarsi ed un allontanamento dallo schema di aspettative quotidiane condivise da una collettività. In altre parole il disastro è, utilizzando le parole di Bardon, una “situazione di stress” non solo a livello individuale ma anche sociale.

Sebbene i diversi studi abbiano poi declinato le definizioni secondo traiettorie differenti, è innegabile che un approccio caratteristico della sociologia non può che partire dalla premessa appena esposta. Si potrebbe sollevare dinnanzi ad essa la critica per la quale concentrandosi sulla discontinuità provocata dal disastro, la prospettiva sociologica si limita a definire e ad individuare il fenomeno solo a posteriori, a conti fatti, restando così sempre all’interno di una logica di emergenza. A tal proposito due considerazioni almeno sono interessanti: riconoscere il valore di rottura del fenomeno significa concentrarsi sulle condizioni sociali che rendono possibile un contenimento delle conseguenze di un agente e, quindi, valutare come una società può prepararsi al meglio per affrontare potenziali casi di disastro. Secondariamente, l’analisi sociologica, proprio perché ritiene il disastro un’interazione di diversi fattori che interrompe il flusso ordinario della collettività e delle sue aspettative riguardo il funzionamento delle strutture sociali, guarda ad esso come un laboratorio ideale per testare le capacità di un sistema sociale e studiare i suoi processi fondamentali. Infatti, già attraverso tutta la tradizione sociologica, il momento di crisi diviene utile per comprendere il funzionamento ordinario e le dinamiche “normali” di una società: Un tale approccio era già stato introdotto da Schutz, il quale vedeva nella figura dello straniero culturale un ottimo strumento per comprendere e spiegare i processi di costruzione sociale della realtà in una data cultura: lo straniero, infatti, non conoscendo quella cultura, sfugge alla sua costruzione del mondo circostante, che è, al contrario, scontata e mai posta in questione dai suoi membri. Allo stesso modo, il disastro, rompendo il funzionamento ordinario delle cose, mette in luce le strutture e i processi di una società con maggiore chiarezza e permette di porli più facilmente in questione.

L’approccio sociologico allo studio dei disastri è, quindi, importante sia perché permette di valutare quali condizioni possono compensare i pericolosi effetti di una catastrofe, riducendone lo stress sociale causato e la crisi della collettività (quella condizione anomica che Durkheim credeva potesse originarsi dopo periodi di profonda crisi politica, militare o sociale – come il caso dell’uragano Katrina), sia perché guardando alla situazione di crisi cerca di spiegare il suo funzionamento ordinario.
In altre parole, a rendere la prospettiva della sociologia dei disastri innovativa e utile è proprio il suo particolare punto di vista, che affronta il fenomeno non solo come casi di emergenza, ma come risorse, come lenti di ingrandimento per meglio comprendere il nostro piccolo mondo.
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