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Per una sociologia pubblica? Una sociologia senza frontiere
Traduzione del commento di Ali Tayefi, sociologo iraniano, riguardante gli scopi e le premesse dell'associazione ''Sociologists without Borders''

[07/11/2007]

Nel primo numero di Sociologica, rivista online di sociologia edita da “Il Mulino”, l’editoriale che spiega la nascita del progetto pone un obiettivo ambizioso richiamandosi ad un breve articolo di Buroway: rendere la sociologia una disciplina scientifica pubblica. Ciò non significa renderla maggiormente accessibile a tutti semplificando i propri concetti teorici, ma aprire la disciplina ad un dialogo e ad un impegno interessato al mondo e nel mondo, non autoreferenziale.

E’ nell’essenza stessa della disciplina, visto l’oggetto di studio, doversi “concedere al mondo” affinché il mondo si conceda a lei: rendere pubblica la sociologia, allora, significa conservare la sua peculiarità critica per affrontare i problemi che caratterizzano i nostri tempi, dando voce o concentrandosi non solo nei centri del potere, ma uscendo nelle strade, preoccupandosi di “sporcare i pantaloni” nelle aree più discriminate o più povere materialmente. Significa portare il proprio contributo nell’arena pubblica senza abbandonare ciò che la contraddistingue, anzi sottolineando il suo approccio scientifico ai problemi sociali, come punto di forza, come valore aggiunto, come punto di vista privilegiato.
La sociologia non può limitarsi a descrivere i problemi delle nostre società, ma deve affrontarli e fornire chiavi di interpretazione. L’impegno di molti sociologi va proprio in questa direzione: basti pensare alle opere di Bauman (l'intervista raccolta nella sezione ne è una dimostrazione) o di Ulrich Beck o, ancora di Pierre Bourdieu, per citare alcuni tra i più noti.
E in un mondo sempre più interconnesso e interdipendente non può barricarsi negli stanzini accademici: in un mondo che si apre, la sociologia non può alzare confini, né ideologici né scientifici.

Un esempio positivo di questa prospettiva è senz’altro l’associazione “Sociologi senza frontiere” (che riassume bene il concetto pur richiamandosi ad una formula nota e fin troppo abusata), organizzazione non profit nata nel 2001 in Spagna, che raccoglie l’impegno di diversi sociologi (tra cui Immanuell Wallerstein) nel compito di promuovere e diffondere il valore dei diritti umani nel mondo attraverso i loro studi scientifici. L’associazione da circa un anno ha anche dato vita ad una rivista, “Societies without borders”, dove sono pubblicati questi sforzi, alcuni dei quali consultabili online nel sito dell’associazione.

Uno sforzo, il loro, che, come affermato nel breve manifesto qui sotto presentato e scritto da Ali Tayefi, sociologo iraniano, parte dalla premessa che sia una responsabilità della disciplina farsi promotrice dei diritti umani. Qualcuno potrebbe obiettare che il rischio di un tale approccio sia quello di inquinare l’oggettività della propria ricerca. Ma la critica è svuotata di senso e senza appiglio: già un secolo fa, Max Weber ci ammoniva che ogni studioso ha la propria prospettiva, i propri valori che orientano i suoi campi di studio e di interesse. Non è ciò che spinge un sociologo alla ricerca che può minare la validità delle sue analisi, ma come sono condotte.

Di seguito, abbiamo così deciso di tradurre lo scritto di Tayefi perché crediamo sia un tentativo – più o meno valido lasciamo ad ognuno il giudizio – di rendere la sociologia pubblica, ossia il futuro della disciplina.

Senza frontiere: solo una frontiera, i diritti umani
di: Ali Tayefi

Nell’era della globalizzazione, dove i capitalisti e i poteri distruggono tutte le frontiere per accumulare potere e ricchezza, questa espansione senza fine – un mondo senza confini – permette a loro di manipolare commercialmente le persone in ogni parte del mondo e di invadere ogni sfera privata.

Oggi, stiamo sperimentando un nuovo colonialismo e un più profondo sfruttamento che mai prima d’ora si era avuto sul pianeta. Ci colpisce indiscriminatamente – neri e bianchi; immigrati e non; mussulmani, induisti e cristiani; donne e uomini; vecchi e bambini…

Ma, accanto a questa nuova egemonia, ci sono altre forze trans-nazionali. Medici, avvocati, artisti, bibliotecari, suore, scrittori, madri, reporter, ingegneri e ora anche “Sociologi senza frontiere”. Essi sono un movimento di riflessione per infrangere e fermare l’invasione monopolistica dei padroni della globalizzazione! “Sociologi senza frontiere” (SSFs) insieme ad altre organizzazioni “senza frontiere” osserva le conseguenze del capitale e del potere che si sposta nel mondo, cercando di rendere pubblico:

• quali società sono maggiormente esposte ai processi e agli interventi coloniali;
• quali minoranze (etniche, religiose, razziali, di genere, professionali…) sono più oppresse e discriminate;
• quali professioni e classi corrono maggiormente il rischio di povertà, di malnutrizione, di sfruttamento e di segregazione;
• quali istituzioni socio-culturali, ong e agenzie mondiali sono a rischio di manipolazione o di veder ridotta la forza della loro azione.

Senza frontiere ha soltanto una frontiera, ossia i diritti umani. Se tutti i capitalisti e le istituzioni politiche nel mondo, come superpotenze, stanno sostenendo e portando avanti l’imperialismo, il fondamentalismo, il totalitarismo, il monopolio e la concentrazione di ricchezza e potere, allora insieme sono andati contro la gente; noi sociologi, invece, mano nella mano con gli altri attivisti e le altre agenzie sociali, insieme cammineremo per difendere i diritti umani. La sociologia è una disciplina scientifica, ma, come tutte le altre discipline hanno la responsabilità di promuovere la sicurezza sociale nel mondo, anche i sociologi hanno certe responsabilità:

• conservando e difendendo la nostra propria libertà scientifica, noi dobbiamo difendere la libertà della gente;
• consapevoli che la libertà e i diritti umani vanno mano nella mano, noi abbiamo l’obbligo di difendere i diritti umani delle persone;
• per i sociologi è raccomandabile evitare di rifuggire dalla comprensione umanitaria e dalle responsabilità

Noi, in quanto persone, dipendiamo dai sociologi per mostrare e rendere pubblici i nostri problemi perché noi siamo senza diritti umani.
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