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Le azioni dei disoccupati
Articolo di Pierre Bourdieu e Frédéric Lebaron

[17/10/2007]

Riproponiamo un articolo apparso nel 1998 su Le Monde e scritto dai due sociologi francesi, Pierre Bourdieu e Frédéric Lebaron. Durante il periodo delle contestazioni sociali in Francia attorno al tema del lavoro e della disoccupazione, i due studiosi hanno elaborato questo testo in merito allo status del disoccupato nel tessuto sociale e gli effetti della loro mobilitazione. Il testo è particolarmente interessante perché mette in luce come l'etica del lavoro prima, e la società neoliberista poi, abbiano costruito l'immagine del disoccupato, argomento trattato anche in un libro da Zygmunt Bauman sulle nuove povertà.

Secondo i due autori, le rivendicazioni sono azioni necessarie per costruire una propria identità sociale e acquisire potere all'interno dei meccanismi sociali ed economici della società.

Di seguito l'articolo.

Quelle e quelli che ci siamo abituati a definire "esclusi" - esclusi provvisoriamente, temporaneamente, a lungo o definitivamente dal mercato del lavoro - sono quasi sempre anche esclusi dalla parola e dall'azione collettiva. Cosa succede quando dopo anni di sforzi isolati e apparentemente disperati di alcuni militanti, necessariamente minoritari, un'azione collettiva riesce finalmente a rompere il muro dell'indifferenza mediatica e politica?

Prima, il risibile panico e l'astio appena dissimulato di certi professionisti della parola, giornalisti, sindacalisti e uomini e donne politici, che hanno visto in queste manifestazioni di disoccupati solo l'inaccettabile messa in causa dei loro interessi di tipo "bottegaio", del monopolio della loro opinione ufficiale sulla "esclusione" e sul "dramma nazionale della disoccupazione". Di fronte a questa mobilitazione insperata, questi manipolatori professionali, questi presenzialisti degli show televisivi, hanno visto solo "manipolazione della miseria", una "operazione a scopo mediatico", l'illegittimità di una "minoranza" o "l'illegalità" delle azioni pacifiche.

Dopo abbiamo potuto vedere l'allargamento e l'irruzione sulla scena mediatico-politica di una minoranza di disoccupati mobilitati. La prima vittoria conquistata dal movimento dei disoccupati, è la stessa nascita di questo movimento (che contribuisce anche a dirottare dal Front National un elettorato popolare disorientato). Il movimento dei disoccupati è la bozza di un'organizzazione collettiva e la catena di effetti di cui è il prodotto e che contribuisce a produrre: dall'isolamento, la depressione, la vergogna, l'individualismo, la ricerca di capri espiatori, alla mobilitazione collettiva; dalla rassegnazione, la passività, il ripiegamento su se stessi, alla presa di parola; dalla depressione alla rivolta, dal disoccupato isolato al collettivo di disoccupati; dalla miseria alla rabbia. È così che lo slogan dei manifestanti finisce per verificarsi: "chi semina miseria, raccoglie rabbia".

Ma si colgono anche alcune analisi essenziali sulla società neoliberista, che già avevano fatto sorgere il movimento di novembre-dicembre '95 e che i potenti apostoli del "pensiero Tietmeyer" si sforzano di dissimulare. A cominciare dalla relazione indiscutibile fra tasso di disoccupazione e tasso di profitto. I due fenomeni, il consumo sfrenato degli uni e la miseria degli altri, non sono solo concomitanti - mentre alcuni si arricchiscono dormendo, gli altri si impoveriscono ogni giorno di più - ma anche interdipendenti: quando la Borsa ride, i disoccupati soffrono. L'arricchimento degli uni è legato alla pauperizzazione degli altri. La disoccupazione di massa rimane infatti l'arma più efficace di cui possa disporre il padronato per imporre la stagnazione o l'abbassamento degli stipendi, l'intensificazione del lavoro, la degradazione delle condizioni di lavoro, la precarizzazione, la flessibilità, l'attuazione di nuove forme di dominio nel lavoro e lo smantellamento del codice del lavoro. Quando le imprese licenziano, con uno dei piani di ristrutturazione annunciati con forza dai media, le loro azioni in borsa si impennano. Quando negli Stati Uniti è annunciato un abbassamento del tasso di disoccupazione, Wall Street reagisce con un calo. In Francia, il '97 è stato l'anno di tutti i primati per la Borsa di Parigi.

Ma soprattutto, il movimento dei disoccupati rimette in causa le divisioni metodicamente mantenute fra "buoni" e "cattivi" poveri, fra "esclusi" e disoccupati, fra disoccupati e lavoratori.
Anche se la relazione fra disoccupazione e delinquenza non è meccanica, nessuno può ignorare oggi che le "violenze urbane" trovano la loro origine nella disoccupazione, la precarietà sociale generalizzata e la povertà di massa. I condannati per "l'esempio" di Strasburgo (NdT.: P.Bourdieu fa riferimento alle dichiarazioni di tante personalità , fra le quali, C.Trautmann, sindaco di Strasburgo, che hanno chiesto appunto condanne esemplari a seguito degli scontri fra giovani e polizia in tante città durante la notte del capodanno scorso), le minacce di riapertura delle carceri speciali per minori o di soppressione dei sussidi familiari per i genitori dei figli coinvolti in questi delitti, sono la faccia nascosta della politica neoliberista del lavoro.
Possiamo chiederci quando sarà d'obbligo per i giovani disoccupati accettare qualsiasi lavoro precario, come già insegna Tony Blair, e quando sarà sostituito il "Welfare State" con il "Security State", come si fa negli Stati Uniti?

Questo movimento costringe a considerare che un disoccupato è virtualmente un disoccupato di lunga durata, e quindi un prossimo escluso, ma anche che l'esclusione dall'Unedic implica anche la condanna all'assistenzialismo; per questo il movimento dei disoccupati mette in discussione la divisione fra "esclusi" e "disoccupati": inviare i disoccupati ai servizi sociali, vuol dire revocare il loro status di disoccupato e spingerli all'esclusione.
Ma questo movimento costringe anche e soprattutto a scoprire che perfino un lavoratore è un disoccupato virtuale, che la precarizzazione generalizzata (di cui i disoccupati sono una particolarità), la "insicurezza sociale" organizzata di tutti quelli sotto minaccia di licenziamento, fanno di ogni lavoratore un potenziale disoccupato.

Gli sgomberi con la forza non sgombereranno il "problema". Perché la causa dei disoccupati, che è anche quella degli esclusi, dei precari e dei lavoratori, e che condanna alla sottomissione coloro che hanno la fortuna provvisoria di esserne esenti, si rivolta contro chi ha basato la sua politica (bell'esempio di socialismo!) sulla cinica fiducia nella passività degli sfruttati.
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