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La professione dopo la laurea in sociologia: quale lavoro fanno i ''sociologi''?
[04/07/2008]

Se per lavoro intendiamo una mera occupazione di tipo più o meno stabile e duratura, possiamo subito affermare che il 70,9% degli intervistati svolge un lavoro come inteso sopra, mentre il 25, 9% è in cerca di prima occupazione è disoccupato o lavora molto saltuariamente. Solo il 3,1% si è dichiarato non in cerca di occupazione per motivi personali.

Con questo approccio, l’ISTAT nel Rapporto sugli sbocchi professionali dei laureati in Italia (1995)1 conferma come Sociologia abbia un tasso di occupati superiore a Scienze Politiche, con la quale convive nel gruppo statistico delle Scienze politico-sociali, ma ha un tasso persino superiore di gran parte delle lauree dette “non professionalizzanti” come Lettere, Filosofia, Scienze Biologiche ed anche di qualcuna di quelle “professionalizzanti” come Giurisprudenza.
Utilizzando, altrimenti, un concetto di lavoro secondo l’approccio multidimensionale che suggerisce Agnoli (1985) si “scopre”, senza fare troppi sforzi a dire il vero, che il 40,5% dei soggetti continua un lavoro già precedente alla laurea. Comparando, sempre grazie ai dati ISTAT, i laureati già occupati da prima del conseguimento del titolo, si scopre che il dato complessivo sugli occupati è in linea, grossomodo, con le lauree sopra indicate e persino superiore a Scienze Biologiche e Giurisprudenza, ma è interessante osservare come Sociologia abbia il più alto tasso di laureati già occupati prima della laurea con una differenza talvolta abissale: tautologico è affermare che i soggetti che hanno trovato lavoro in virtù della laurea sono fatalmente inferiori nel numero rispetto ai corsi di laurea in parola.

Tab. 2: occupati prima e dopo il conseguimento del titolo di laurea per corso di laurea (dati percentuali).

Corso di laurea lavorano prima della laurea lavorano dopo la laurea totale occupati
Sociologia 46,8 27,4 74,2
Scienze Politiche 25,1 45 70,1
Pedagogia 42,7 36 78,7
Lettere 16 47,8 63,8
Filosofia 22,2 39,8 62
Giurisprudenza 11,5 37,2 48,7
Scienze Biologiche 9,2 30,9 40

Fonte: ISTAT, 1995.

Se passiamo ad una prima esplorazione del dato grezzo, possiamo incrociare la condizione occupazionale con il sesso che, oltre a far riscontrare un CHI2 significativo, evidenzia: gli uomini lavorano in maggioranza da prima della laurea (52,3%); le donne, benché più numerose (64,2%), anche loro lavorano in maggioranza da prima della laurea ma fanno riscontrare un tasso maggiore (32%) di soggetti che hanno trovato lavoro dopo la laurea e soprattutto un 27% di non occupate a fronte del 24% dei maschi; ciò induce una riflessione sui processi di emarginazione del mondo del lavoro verso le donne di cui si parla anche nel paragrafo 2.5. Interessate è notare un fenomeno fortemente legato al precedente e cioè che il 79% dei soggetti che si dichiarano “non in cerca di lavoro” sono donne: questo dato è comprensibile se si pensa al ruolo ancora centrale (specie al Sud) della donna nella crescita e cura dei bambini all’interno della famiglia. Infatti la maggioranza di loro è impegnata completamente nel ruolo di moglie e di madre e quindi nella impossibilità materiale (ma non psicologica) di cercare un lavoro; possiamo ulteriormente avvalorare tale tesi con la variabile “tempo di ricerca primo lavoro” che vede nella categoria “oltre 3 anni” l’11,8% di maschi contro il 13,5% di femmine.

Continuando questa semplice ricognizione del dato aggregato è singolare notare come la relazione tra condizione occupazionale e voto di laurea non sia significativa; nonostante ciò si possono evidenziare delle peculiarità: partendo da chi continua il lavoro precedente alla laurea, la maggioranza di questi soggetti (33,2%) si colloca nella fascia di voto tra 105 e 109, chi ha trovato lavoro dopo la laurea ha ricevuto in maggioranza una votazione di 110 e lode (33,2%) mentre singolare è notare come, anche chi è in cerca di occupazione ha ricevuto la stessa valutazione finale. Quindi, se il voto di laurea è distribuito piuttosto omogeneamente rispetto alla riuscita occupazionale, proviamo ad ipotizzate un’altra relazione con la classe sociale di provenienza.

Costruiamo un indice di status socio-economico della famiglia di origine (capitale familiare) utilizzando il titolo di studio e la professione del padre: ora possiamo incrociare tale nuova variabile con la condizione occupazionale del laureato come qui illustrato:

Tab. 3: “capitale familiare” per “condizione occupazionale” dei laureati in Sociologia di Roma del 1990-95

etichette modalità media deviazione standard casi
continua lavoro precedente

6,9

5,0

184
lavora dopo la laurea

9,3

5,0

123
in cerca di occupazione

7,5

5,0

112
non cerca lavoro

7,5

4,7

14
totale fra i gruppi

7,7

5.0

433
ETA = 0,2 e test di significatività 0,0007


Un primo risultato confortante è il test di significatività che ci consente di sostenere l’ipotesi che tra le due variabili ci sia una qualche associazione di tipo lineare, ribadita anche dall’ETA che però non risulta essere molto elevato: in sostanza esiste una relazione seppur di debole intensità. Ma ciò che più interessa è la distribuzione delle medie nelle classi occupazionali: subito notiamo che a fronte di una media generale di 7,7 si riscontra un comportamento tutto sommato in linea dei soggetti che sono in cerca di occupazione o non cercano un lavoro, ma una media di molto inferiore per quei soggetti che hanno un lavoro precedente alla laurea; tali soggetti provengono da famiglie di status sociale medio-basso ed hanno utilizzato l’università proprio nel tentativo di far carriera nel lavoro e quindi di salire sulla scala sociale.

Altro dato vistoso è il 9,3 dei soggetti che hanno trovato lavoro dopo la laurea: qui si tratta di quei ragazzi che hanno intrapreso l’università perché la loro posizione sociale quasi glielo imponeva e che grazie alla famiglia hanno avuto pochi problemi nella ricerca di un lavoro (il discorso è approfondito nel paragrafo 2.5).

Ma quali sono i lavori dei laureati in Sociologia?
Passiamo ad analizzare per primi i soggetti che continuano un lavoro precedente alla laurea; un primo dato interessante è che chi svolge un’attività già da prima della laurea l’ha intrapresa, nel 90% dei casi, oltre cinque anni prima ed ha vinto un concorso pubblico nel 55% dei casi. Già queste indicazioni delineano un 46,2% di impiegati a cui vanno aggiunti il 36% di funzionari ed insegnanti di scuola superiore con una sparuta minoranza (il 14%) di dirigenti e liberi professionisti. Notevole è l’assenza, in pratica, di operai, artigiani, e agricoltori (comunque categorie lavorative in forte declino negli ultimi anni). Il settore economico ovviamente più ricettivo è la Pubblica Amministrazione (con il 43,5%) seguita da aziende di servizi (spesso statali o privatizzate: ENEL, TELECOM, ALITALIA, ecc.) e dalla scuola (rispettivamente il 20,1% e l’11,4%).

Proseguendo l’analisi delle mansioni si scoprono subito gli effetti di una netta sperequazione del dato; il 38% svolge mansioni “amministrative”, intendendo per tali quelle che riguardano le classiche competenze di un impiegato di concetto e/o amministrativo, seguite dal 22% di “ricerca ed insegnamento” e da un non trascurabile 16,8% di mansioni tecniche, che individuano i nuovi operai del terziario (anche nella P.A.) come ad esempio: tecnici ACOTRAL (azienda comunale di trasporti di Roma), macchinisti FS, geometri, meccanici e informatici in aziende private, cameraman, truccatori, ecc..

È da registrare che il 64,1% dei soggetti ritiene il proprio lavoro non coerente, o coerente solo in parte, con gli studi svolti durante il corso di laurea e che ad una domanda su quanta parte delle nozioni che utilizza nel suo lavoro proviene dall’università, risponde “poco” (scala articolata su tre punti) il 72,3% degli intervistati.

Per concludere possiamo fare riferimento alla percezione della propria collocazione professionale dei soggetti in oggetto: singolare è la valutazione del proprio lavoro che risulta soddisfacente per il 71,7%, se guardiamo la motivazione di tale definizione scopriamo motivi di tipo non materialistici2 per il 53,3%; qui è d’obbligo ricordare l’effetto intervista che condiziona fortemente i soggetti; infatti sembra più verosimile che tali soggetti abbiano avuto riserve nel confidare il grado fortemente strumentale della loro scelta lavorativa ed anche universitaria essendo intervistati da laureandi impegnati in una ricerca sul campo o più semplicemente per non dover giudicare troppo negativamente le proprie scelte di vita (tra cui quella lavorativa). A conferma di quanto detto possiamo dare uno sguardo alle motivazioni dell’iscrizione all’università e in particolare a Sociologia e scoprire una relazione significativa tra motivazione strumentale e lavoro anteriore alla laurea.

Note:

1 Nelle comparazioni che faremo tra i dati ISTAT e quelli sui laureati romani è da tenere presente una differenza sostanziale: i laureati intervistati dalla rilevazione ISTAT sono tutti ad una distanza di tre anni dalla laurea, mentre nel caso della ricerca sui laureati di Roma tale distanza varia da cinque anni, per quelli laureati nel primo anno considerato, fino a pochi mesi per quelli laureati nella sessione di aprile 1996. Considerando che i laureati degli ultimi tre anni sono in numero maggiore è facilmente spiegabile la differenza, seppur non vistosa, tra le rilevazioni; inoltre nell’economia del saggio tale osservazione valida ancor di più il dato sui laureati romani e quindi l’asserzione di un maggiore peso degli occupati da prima del conseguimento del titolo.

2 Per motivi non materialistici intendiamo l’accorpamento delle seguenti modalità: “possibilità di essere utile alla società”, “possibilità di realizzare la propria personalità”, “possibilità di instaurare rapporti con gli altri”, ”possibilità di instaurare soddisfacenti rapporti all’interno dell’ambiente di lavoro”, “coerenza con gli studi svolti”, “autonomia nel lavoro”.


Articolo tratto dalla tesi di Antonio Petrone, Il destino sociale dei laureati in Sociologia

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